In Verità

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venerdì 11 gennaio 2013

SERVIZIO PUBBLICO E LA GUERRA DELLE “PRIME NONNE”



Il Sardanapalo di gomma ci ha dimostrato che l’allopatia vince ancora – almeno sulla distanza - rispetto alle medicine naturali. Viagra contro peperoncino purtroppo uno a zero in zona cesarini!
Ieri a Serviziopubblico non abbiamo assistito ad una trasmissione politica o a un confronto sui contenuti o sulle idee – vedendo l’ospite d’onore sarebbe stato un po’ come confondere un bidet con una fontanella pubblica – bensì a un alterco tra due prime donne per conquistare la fila d’onore, e quella più “navigata” è uscita in dirittura d’arrivo, puntando sulla stanca di quella inesperta e presuntuosa, conquistandosi per prima il camerino della star! Berlusconi – diva di provincia che ha ottenuto il successo solo grazie a "certe" conoscenze, sempre un po’ parvenu – cerca di imitare Jakie Kennedy sin da quando esce dall’auto: essendo già sera e si è dovuta togliere gli occhialoni da sole mentre Bondi la caricava a pallettoni ripetendole a iosa: “maestà è bellissima in tailleur, ma il cappellino col Duomo di Milano che le impresso le stimmate è troppo!”
Dall’altra parte tronfia e un po’ sfacciata la padrona di casa Michele Santoro, certa di avere la vittoria in pugno, ostentava serenità e nonchalance giocando a burraco con Ruotolo mantenendo però a fatica una posa alla Dietrich, senza rendersi conto che il bocchino di sessanta centimetri stava incendiando la Martone!
Insomma, la vecchia Osiris oramai sul viale del tramonto si giocava il tutto per tutto, come tutti quelli che non hanno più niente da perdere, mentre la Edy Vessel della sinistra italiana, fiera della sua freschezza, era certa di poterci solo guadagnare!
Berlusconi si fa trovare già seduta e mette in bella mostra il suo trapianto ex novo grazie ai bulbi piliferi dei Romanov in ricordo dell’eccidio dei Bolscevichi comunisti del 17’, è una piazza ai caduti vivente… e nel portafoglio c’è la sua personalissima via Bettino Craxi. Intanto Santoro gioca come il gatto gioca col topo – o almeno crede – e gira intorno alla gallinella che promette un ottimo brodo come uno squalo, senza mai veramente affondare, certa che tutta la compagnia la spalleggi e che quindi possa divertirsi ad umiliare il torello dell’olgiata. Le due prime donne non si preoccupano neanche di studiarsi, fanno le loro parti pungolandosi, e Berlusconi ad hoc si è fatto un lifting impostato solo su tre espressioni: ingrifato presuntoso, ingrifato indifferente, e ingrifato ingrifato!, quindi il suo volto non offriva la reale gamma di sentimenti che lo attraversava – ho visto playmobil più estroversi e in confronto a lui Legoland di notte è via Condotti sotto Natale!
Tutta la serata è stata spesa – parola grossa – a vedere queste due decadute beccarsi e solo il servizio iniziale dedicato ai lavoratori del Bresciano, i due interventi di Travaglio e la dignitosissima e illuminante arringa dell’imprenditrice Francesca Salvador hanno restituito decenza e nobiltà a quella squallida lotta fra galli messicani! Ma il protagonismo delle due Dive era troppo ipertrofico e dilagante… e la sindrome della prima fila è la vera pandemia della politica show italiana… quindi la vecchia volpe prende la parola e inizia a leggere la voce Marco Travaglio di Wikipedia: elenca tutti i suoi trascorsi giudiziari con voce incerta ma continua, senza fermarsi né ascoltare i brusii e i dissensi dello studio ( in fondo aveva dichiarato di essere sorda)… la gatta Santoro inizia a muovere nervosamente la coda e soffiare…, ma la Osiris non si ferma, anzi… continua impunemente a mettere sale sulla coda della padrona di casa! E qui il patatrac! Santoro, questo inutile giustiziere della notte, riversa tutto il suo passato rancore sulla vecchia diva, che fa le scale col catetere ormai,  nel pallido tentativo di difendere Marco Travaglio che nel frattempo se la rideva – in fondo è lui il giornalista vero e aveva molti più strumenti di Santoro per difendersi, e infatti lo ha dimostrato subito dopo in quattro e quattr’otto.
Alla fin della fiera Berlusconi è rimasto sino alla fine, anzi è stato Santoro ad accomiatarlo dandogli del vecchio – cosa vera, ma in quel contesto poco gentile perché dettata da un’acribia tutta personale, non politica o culturale. A questo punto si avvicina Cicchitto alla salma, scuce il culo di Berlusconi dalla sedia, e il Sardanapalo patetico che mantiene 42 ragazze per non farle parlare ai processi, che da centomila euro al giorno alla ex moglie, colluso con la mafia, ex appartenente alla P2, inquisito per sfruttamento della prostituzione minorile, condannato per frode fiscale, corruzione, Amico di dell’Utri e Craxi (e solo questo in un paese vero lo inchioderebbe definitivamente), amico degli amici degli amici degli amici… se ne è andato quasi divertito, cosciente che almeno due punti percentuali li ha guadagnati facili facili facendo semplicemente la preziosa e la ridicola davanti a un’altra persona presuntuosa e ridicola come lui!
E così la favola finisce, la storia di queste due prime donne che si sono scoperte dopo un paio d’ore entrambe troppo vecchie e stantie per risultare ancora appetibili… si sono rivelate infine solo due ridicole “prime nonne”!    


giovedì 10 gennaio 2013

I TRE CERUSICI E LA SINDROME DELLA CROCEROSSINA!




Ieri chiacchierando con un amico mi sono ritrovato tristemente illuminato, il suo acume mi ha delucidato su qualcosa di ovvio ma sconcertante – che forse ho voluto rimuovere solo per senso di decenza.  Berlusconi, Monti e Bersani, solo apparentemente divisi ideologicamente sono figli illegittimi dello stesso postribolo, e forse anche della stessa nefanda madre. Tutti e tre adesso in campagna elettorale negano ciò che hanno voluto e “votato”. La legge di Stabilità, l’Imu, la riforma dell’articolo 18, la riforma della scuola e della Sanità – già definirle riforme è uno scempio sintattico del quale mi scuso –,  a loro dire sembrano scese dal cielo, sono norme e leggi di questa Repubblica ma adesso sembra che nessuno ci abbia messo mano: nessuno le ideate, proposte e votate secondo i tre "amigos". Sempre secondo questi  tre figli di “N.N.” tutte le soluzioni inutili, che non hanno fermato il debito pubblico, destinate oltretutto – inevitabilmente - ad aumentare la povertà con tasse inique che gelano il potere di acquisto e la ripresa dell’economia del paese, balzelli medioevali che non hanno neanche il nobile scopo di migliorare servizi e prestazioni per i cittadini – ciò a cui servirebbero in teoria le tasse secondo il dettame costituzionale -, non sono state idee loro ma frutto di un funesto e sconosciuto caso. Questi tre maschioni, dunque, negano la paternità della loro mefitica prole. Li vedi in televisione con la faccia come il culo – opportunamente scolpito in marmo di Carrara – convinti di non essere i responsabili di leggi ideate, proposte e votate da loro sino a quindici giorni prima. Nessuno ha almeno la decenza di parlare a testa bassa; ce ne fosse uno che riuscisse quanto meno a far trapelare un impercettibile senso di vergogna per quello che afferma. Dico uno di questi tre scellerati che manifesti il buongusto di dire: “scusate, ma devo pararmi il culo… quindi  perdonate le apocalittiche puttanate che dichiaro.”  Riforme senza metodo e decenza, tasse scritte con l’accetta e, ciliegina sulla torta, una legge di stabilità, paragonabile a due o tre finanziarie messe insieme… e come per magia nessuno di loro ne è responsabile. Manca poco che Monti affermi che quando le ha ideate proposte si era distratto perché impegnato a tappare la Fornero che aveva cominciato a perdere liquidi copiosamente dai condotti lacrimali - ma così… a cazzo, senza una ragione -, che Bersani  non rispondeva di sé perché D’Alema indispettito gli aveva messo della “maria” andata a male nel sigaro e Berlusconi dichiarare che quel giorno per distarsi dalla cattiveria di giudici comunisti, era andato a puttane e al posto suo aveva votato quel rincoglionito di Bondi! Nessuno è responsabile di tutto questo, tutti ripudiano le loro azioni, le loro decisioni, le loro stesse votazioni - che spero siano quantomeno agli atti di un parlamento ridotto ad un circo di animali malati e morenti e animato pagliacci che ballano sulle loro carogne!
Adesso questi tre adesso signori si atteggiano a primari di un lazzaretto ridicolo, discorrono comprensivi ed ottimisti su un comatoso al quale hanno staccato loro stessi la spina. E tutti noi siamo crocerossine piene di abnegazione e romantica illusione. La sindrome della crocerossina è tanto diffusa quanto poco tenuta in conto dalla letteratura clinica.
La crocerossina patologica non è quell’anima pia che si adopera per alleviare dolori e le sofferenze altrui – cosa nobilissima – bensì è quel soggetto compulsivo che continua ad adoperarsi patologicamente anche quando non v’è più speranza. Un essere tenero che ha inutilmente a cuore la salvezza dei già morti, che ripete di continuo a se stessa: “continuo nonostante tutto perché c’è del buono in questa carogna e tutto può risolversi, ed io lo salverò!” Un autoconvincimento ossessivo e caparbio che pur di non ammettere l’errore e il fallimento del suo agire si accanisce  credendo che ci sia sempre del salvabile anche in ciò che non ha più respiro o ragion d’essere. Non è la cura il suo obiettivo ma la salvezza disperata e disperante delle proprie illusioni.
In definitiva abbiamo da una parte tre tristi e pomposi cerusici che ancora lavorano con le sanguette, pronti a generar piaghe sulla nostra esistenza, dichiarando sfacciatamente che sarà per il nostro bene…  e dall’altra un popolo di crocerossine patologiche e illuse che li voteranno ciecamente: cuori sporchi ma sinceri che ritengono che questi tre “galantuomini” essendo quelli che più si fanno vedere siano coloro che hanno più cose da dire e, quindi più abilità e competenze da proporre per il bene comune - mentre hanno solo più mezzi per illuderle. Tre tristi figure dalla dubbia autorevolezza e un esercito di gente illusa e stanca pronto a sacrificare la propria anima e le proprie idee a delle salme solo ben agghindate e ottimamente mummificate, galvanizzate di tanto in tanto da mezzi di comunicazione compiacenti e goduriosamente proni.   

martedì 8 gennaio 2013

BAMBINELLO "CIVICO" MONTI





La Lista civica di Monti è stata presentata qualche giorno fa opportunamente incorniciata da un simbolo sobrio ed essenziale che rispecchia lo stile del tecnico “Ex” presidente del consiglio, che tutti si ostinano a chiamare ancora presidente sbagliando – credo - volontariamente.
Monti per circa un mese ha temporeggiato cercando di dar vita ad una tanto mediocre quando superflua suspance – facendo un paragone con della pessima letteratura, immaginiamo un men che discreto romanzo giallo le cui già scarse intenzioni vengono colpite a morte dalla scelta infelice di questo titolo: “Sono stato io, firmato il maggiordomo”, chiunque quantomeno ne eviterebbe la lettura, ma ricordiamo che in questo paese crediamo a tutto, e dobbiamo ammettere che il professore veste egregiamente i panni del cerimoniere. Mentre Monti negava, tentennava surrettiziamente, lasciava trapelare, il suo entourage - composto da ciellini ambiziosi, membri austeri e famelici dell’Opus Dei e nati beati della Comunità di Sant’Egidio - si lambiccava il cervello per dar vita a un simbolo la cui efficacia comunicativa è paragonabile a quella del valore finanziario di un titolo di stato greco.


Ma tutto questo non deve stupire né tanto meno consolare i detrattori del professore. Il progetto Monti è dipanato su una scala temporale più ampia e ben più complessa. Dopo gli interventi del suo governo, la cui scelleratezza è ben mascherata da un pedigree impeccabile e dall’indiscusso appoggio dei poteri finanziari europei, sarebbe stato piuttosto azzardato credere che la “salita” in politica del bocconiano si tramutasse come per incanto in un accorato e felice plebiscito; quindi dobbiamo cercare altrove e con altre metodologie le reali intenzioni e le effettive volontà del movimento Montiano. Certo dell’indifferenza, se non del disprezzo, dell’elettorato il senatore a vita inizia una questua di consensi in ben altri ambienti, forse più potenti ed efficaci. Inizia innanzitutto ad esser più credibile e solido per le realtà industriali e finanziarie del paese: Marchionne, Montezemolo, la Marcegaglia, tutti soggetti notevoli e forse anche poco amati dal perfetto liberismo montiano, in quanto spesso e volentieri hanno attinto dalle casse dello stato per recitare la parte dei grandi capitalisti, ma in questo momento si sono rivelati utili e necessari allo scopo.
In seconda istanza Monti ha avuto - ed ha - gioco facile in campo politico riuscendo a raccattare quelle poche personalità rimaste più o meno intatte sotto le macerie di un ridicolo berlusconismo, che sta solo stridendo fastidiosamente nel patetico tentativo di imitare un inverosimile canto del cigno. L’Italia è simile all’arreso Bartleby di Melville,  anela per accidia da sempre il centro e la lista Monti è lì pronta a ruminare e riproporre politicamente la stantia chimera della moderazione, tanto cara – mi ripeto - ad un elettorato da sempre indifferente e distante, che ama delegare persino le proprie idee e convinzioni, la cui odierna rabbia è destinata a dissolversi in fumo. 


Infine Monti - come un novello Don Sturzo, sotto forma di bancomat - ha cercato ed ottenuto il placet di un Vaticano desideroso di una resurrezione profana nella politica italiana. Le ingerenze vaticane durante il berlusconismo sono state deboli ed inefficaci visto il connubio poco credibile con una classe politica risibile, la cui consistenza era pressoché nulla e vergognosa. Anche qui Monti ha dovuto sforzarsi poco: il Vaticano pur di liberarsi di Berlusconi avrebbe accettato persino i bolscevichi e il professore è cascato a fagiolo, come una benedizione dal cielo insomma.
Questo movimento quindi fa contenti tutti, moderati, capitani d’industria, massoni, chiesa, ex fascisti dalla kippah facile per rimettersi a nuovo, anime pie ed eminenze grigie di movimenti religiosi inquietanti che adesso possono permettersi di allargare la propria ombra anche in pieno mezzogiorno. Sindona, Marcinkus e Cuccia sarebbero stati fieri di tutto questo.    




TUTTI ROBINSON E NESSUN VENERDI'



Sana regola consiste nel sottovalutare mai alcun testo… e una rilettura adulta del Robinson Crusoe è sempre consigliabile. Dafoe per questo rivoluzionario romanzo - con ogni probabilità - si ispirò alle avventure di un marinaio scozzese, tale Alexander Selkirk, tanto che l’isola di Mas a Tierra dove approdò lo sfortunato scozzese è stata ribattezzata l’isola di Robinson. Di naufragi - e sopravvivenze a questi - la letteratura occidentale è piena; e così come l’Odissea non è la semplice la cronaca di un ritorno ma anche la mappa di una colonizzazione, il Crusoe non rappresenta semplicemente la storia di un uomo che – unico superstite di un naufragio sulla tratta degli schiavi – riesce a sopravvivere e resistere alla natura selvaggia per poi ritrovarsi dopo venticinque anni, al suo ritorno ricco e agiato grazie ai guadagni indotti delle sue piantagioni. Se così fosse autore, soggetto e trama sarebbero incorsi tanto rovinosamente quanto legittimamente in un doveroso oblio.  Il libro di Dafoe è qualcosa di più di tutto questo e forse anche più di quanto la fortuna letteraria giustamente gli ha riconosciuto. Pensiamo ai co-protagonisti del romanzo: la natura selvaggia, una bibbia, un’arma carica, un pappagallo e una tribù di cannibali opportunamente sterminata dal civilissimo Robinson, eccetto un componente “ribattezzato” Venerdì in memoria del giorno del loro incontro. Venerdì non è un risparmiato da Robinson ma un eletto. Saggiamente indirizzato dalle Scritture il protagonista della storia ha preso possesso della natura circostante così come Adamo ha “nominato” le cose per possederle e con la sua “illuminata” superiorità, si è reso il primo uomo di uno stantio eden venezuelano nei pressi della foce dell’Orinoco. Da questi indizi possiamo dedurre che lo sterminio di esseri simili si rendeva necessario per riproporre un paradiso terrestre altrimenti sovrappopolato. Venerdì è insieme suddito e servo, animale da compagnia – alla stessa stregua del pappagallo - e  un “pressoché umano” a cui elargire briciole di civiltà e fede, e al quale mostrare e imporre la propria indiscussa superiorità. Insomma tutti gli ingredienti per generare un’umanità civile e moderna, divisa in classi sociali e basata sulla ragione, però temporanea – difatti l’assenza di una donna e la conseguente impossibilità a generare fanno già intuire che Robinson verrà salvato da una nave inglese e che Dafoe sarà costretto a scrivere un infelice seguito che pochi conoscono. L’esotico è felicemente descritto in uno stile innovativo, giornalistico, così come i tormenti esistenziali del protagonista che medita sulla vanità del mondo, sui valori essenziali della vita, sulla solitudine ma raramente sulla rassegnazione nei confronti della propria condizione. L’ausilio della ragione unita alla fede è tanto potente quanto efficace: Robinson è certo della Salvezza che essa venga dall’ approdo fortuito di una nave o da Dio, e apparecchia quell’isola per un ultimo giorno, e poco importa se sarà quello della sua morte o del suo ritorno in patria. La ragione deve prevalere sulla disperazione, la fede sulla morte e insieme devono concorrere a innalzare una difesa efficace da tutte le intemperie e le difficoltà che una natura oramai foriera dall’umano può selvaggiamente offrire. Adamo-Robinson riprende in mano ancora una volta e “ volontariamente” il frutto della conoscenza, non può farne a meno se vuole sopravvivere, perché conosce un solo modo per farlo e cioè… dominare. La ragione e il Genesi si sono resi necessari non più per una nuova cacciata dal paradiso terrestre ma – paradossalmente – per la sua riproposizione in chiave illuministica. Robinson non può allontanarsi dall’Eden ne è impossibilitato, quindi è l’Eden che “deve” diventare una pallida ricostruzione della civiltà, uno specchio - il più verosimile possibile - della società da cui il naufrago proviene: “così squadrando e calcolando ogni cosa con la ragione e giudicandone nel modo più razionale, ogni uomo può col tempo diventare padrone di ogni arte meccanica” . Un breve passo che avvicina l’autore giornalista al  Discours di Cartesio smascherandolo definitivamente.
Tra le analisi del testo di Dafoe, da quella di Marx sino a Joyce - tutte più che plausibili -, pochi hanno avuto in cura di indicare un elemento tanto paradossale quanto inevitabile: la necessità dell’umano nel sopperire alla propria impotenza nei confronti della natura potendola solo dominare. Questo atto di forza più che “semplicemente illuministico” è un gesto ineluttabile per sopravvivere, per resistere in condizione avverse e per noi “innaturalmente” naturali. La civiltà e tutte le sue conseguenze quasi come un prodotto della specie, come un formicaio per le formiche, un habitat necessario che ci portiamo appresso ovunque andiamo per non soccombere: un carapace endemico, in bulimica e inarrestabile crescita che può anche rischiare di soffocare chi ne è protetto. Il dominio necessario sulle cose e sul mondo come unico strumento contro un altrimenti mortale condanna all’impotenza “nel” mondo. Un’ipotesi quasi claustrofobica e inquietante e per questo forse rimossa. Certo è che se questa fantasiosa conclusione fosse solo pallidamente possibile o – uomo non voglia – vera, ci renderebbe la forma di parassiti più pericolosa del pianeta, e tutti gli sforzi che ideologicamente e culturalmente facciamo per opporci al dilagare di tutto questo si ridurrebbero addirittura ad un danno verso la nostra stessa natura, al vezzo di una minoranza  già sconfitta perché è sempre e solo il più forte quello che sopravvive, anche se il suo destino è di restar soffocato da se stesso.  

giovedì 3 gennaio 2013

PAROLE IN INDACO MAI MESSE IN MUSICA



Sarà in primavera - con il gelo di un inverno inaspettato su un petto violato, e tutto questo solo  perché la madre del caso è l’ironia – quando parole e lacrime non avranno né senso o valore, quando nell’aprirsi il cielo si frantumerà in interminabili pomeriggi dove demoni meridiani, vigili di sadica allegria, apriranno come un melograno con un morso di melanconia il cuore graffiato. Quando in quella bocca salirà con quei rubini il sapore del nostro stesso sangue avrò la certa coscienza che tutto precipiterà nel patetico spettacolo della danza sconnessa di un giullare nato storpio e solo per l’occasione vestito a festa.
Leggo una lettera d’amore di un giovane tenente nella guerra d’Africa, attento a percorrere tra le venature dell’inchiostro in ottavo ogni singolo impercettibile spazio bianco oramai ingiallito dal tempo:  
“Amata mia, questo deserto è il silenzio di Dio che lascia nella sua indifferenza cadaveri e urla da ferite aperte. Tutte le mie convinzioni, il mio virile entusiasmo hanno oramai lasciato il posto ad un vuoto in cui precipitano tutte le cose, tranne il pensiero di Te. La guerra è quella folle scuola che istruisce l’uomo all’orrore dell’insensibilità, che fa marcire ogni residuo di umana compassione. Tutto è straziante e sordo allo stesso tempo. Mi ossessionano le macchie di sangue sulla mia casacca che non posso lavare da giorni: su questa lercia divisa ci sono impronte che uniscono i miei compagni morti ai nemici ammazzati: sabbia rappresa dal sudore e dalla paura, tutto si mischia, si stringe e unisce, con la certezza che solo questo mio pensiero terrificante offre l’ultimo, sottile e delicato filo di senso a questa follia. Alla fine resta solo il sangue e per quanto si dica e si pensi fuori dal corpo non ha nome, non ha identità né volto, è sangue morto e basta il cui odore nauseabondo ti fa solo bestemmiare. Il capitano ha perso tutte e due le gambe e non smette di dare ordini anche se nessuno di noi lo ascolta più; salvato per miracolo dalla cancrena non è stato risparmiato dai deliri della malaria e grida di notte dalla sua tenda  battuta da un vento gelido convinto che sia giorno e che la radio ancora dia ordini e obiettivi.
Siamo abbandonati e soli! E solo questa penna e questa carta sotto a un lume ad olio possono farmi sentire ancora un uomo. Mia Cara, non Ti scrivo solo per amore, Ti scrivo per sentirmi ancora parte dell’umano, di una vita che la guerra ti strappa dall’anima, e che se ti verrà restituita non sarà mai più la stessa, così come il mio amore per Te. In questo silenzio io rinnovo a Te tutte le mie promesse ma senza far indossare al cuore quei vestiti puliti della domenica che – perdonami - non ricordo più. Te le rinnovo qui, in questo momento, in questa tormenta color indaco e con questa divisa sporca, nella paurosa solitudine della mia tenda: io adesso sono un bambino terrorizzato da lampi e tuoni, piango e mi nascondo nei Tuoi ricordi immaginandoti nel leggere queste mie parole, certo che serberai in Te i miei che ho dimenticato. Nasco adesso in questa Mia, e domani al risveglio sarò costretto a pietrificare la mia anima morendo in segreto; poserò questa lettera nella polverosa borsa di cuoio di un motociclista sconosciuto non sapendo se sopravvivrà nel portarla a Te. Mia Amata chi ti scrive è Nostro figlio; in lui le nostre speranze, le nostre promesse senza  troppe parole, senza il torpore rituale di passeggiate settembrine sottobraccio,  senza vezzosi incanti timidi e costruiti dall’artificio necessario dell’innamoramento. Nostro figlio, che qui adesso ti dona tutte le sue lacrime e le sue parole riposa tra le tue mani con ricordi diafani d’assenza. Ho poca memoria del tuo volto mio Amore, e ciò che ricordo è come se lo guardassi dietro un vetro spesso, ma ho impresse la tua voce e vedo i tuoi occhi, la freschezza delle tue braccia candide, tutti perfetti silenzi dove ritrovo, con uno sguardo nuovo, tutto ciò che sono stato. Se tutto questo finirà e tornerò da Te  non avrò più labbra per  prometterTi felicità che nessuno conosce e che io qui ignoro e distruggo, ma solo restituiti giorni grati per l’assenza della follia umana, anni semplici di stupore e meraviglia per esser stati risparmiati da tutto questo. Se fossi qui non vorrei che mi guardassi adesso; ho vergogna di me, delle mie lacrime, delle mie azioni, dei miei occhi scavati e dalle mie labbra arse dal sale, eppure riusciresti a vedere, nonostante tutto, quanto questo sconfitto ti ami infinitamente. Resta la tenacia dei miei occhi che combattono per restare quelli di sempre nonostante l’inferno che sono costretti a guardare, per Te e solo per Te.
Sempre Tuo (….)”
Il giovane tenente, sposatosi per procura, riuscì a tornare dopo esser stato prigioniero  a seguito dell’ operazione Pugilist nella campagna del Nord Africa, ma al suo ritorno scoprì che sua moglie fu vittima del bombardamento aereo su Torino nel giorno dell’Immacolata del 1942. Lei non poté mai  leggere quest’ultima lettera e lui la ritrovò ancora sigillata tra le mani della madre della ragazza. Il giovane sposo  nacque già vedovo, celebrarono le nozze in primavera.