In Verità

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sabato 17 agosto 2013

L’ACEFALODRAMMA PIATTO DI SILVIO


Berlusconi in standby non riesce proprio a stare: freme, scalpita, inizia a mostrare tutto il suo nervosismo. L’ultima volta che ha giocato la carta della  “boriosa calma” ha vinto una condanna in Cassazione, e inizia a considerare l’ipotesi che la cosa porti sfiga. Villa San Martino è diventato il Quartier Generale degli anatemi. Dalla “Tana dell’Allupato” oggi è stato mandato in avanscoperta il ministro Quagliariello: il “saggio napolitaneo” ha dichiarato che se le istituzioni non trovano una scappatoia per il “Franco Frodatore” la vita del governo sarà breve, è impensabile che i ministri del Pdl restino nell’esecutivo se il loro leader sarà tagliato fuori dai giochi. Quaglieriello, come tutti gli altri, non prende assolutamente in considerazione l’eventualità che Berlusconi sia già fuori e che qualsiasi soluzione dimostrerebbe la resa di tutte le istituzioni – nessuna esclusa – davanti agli interessi di un solo individuo. Qualche giorno fa si è “auto-riesumato” persino D’Alema che ha consigliato al condannato di gestire il suo partito dall’esterno come Grillo. Sarebbe un ottimo consiglio se per Berlusconi restare in parlamento non fosse vitale! Infatti nel momento in cui dovesse decadere da senatore e iniziasse a giocare a dama e a tre sette col morto con degli anziani in qualche comunità Silvio rimarrebbe senza  immunità dagli altri procedimenti a suo carico, in primis il processo Ruby. Altresì è utile sottolineare che Berlusconi non ha costruito il suo potere sull’ essere amato e rispettato – quella è un’invenzione mediatica, ed è anche superfluo sottolinearlo -, bensì su una fitta trama di interessi trasversali, interessi di cui è il perno e dietro ai quali può tutelarsi; nel caso in cui fosse costretto a chiamarsi fuori si modificherebbero gli equilibri che  lo proteggono e verrebbe automaticamente lasciato a sé stesso. Tranne Bondi e Fede nessuno scenderebbe nell’ Ade con il grande capo ormai zavorra, anzi, si affretterebbero a sigillare tutte le possibili vie di uscita. E D’Alema è troppo furbo e reazionario per non saperlo, quindi con quella faceta dichiarazione ha giocato anche lui di sponda con i media. Da quando iniziò ad ospitare a cena nel feudo di Gallipoli Buttiglione Massimino capì come girava il mondo e finalmente riconobbe la sua intima – e per troppo tempo repressa - vocazione democristiana. L’illuminato sulla via di Gallipoli, dunque, mostra tutta la sua malizia e, perché no, anche la sua cattiveria nei confronti di un uomo che non vuole accettare la realtà, cosa comprensibile… Berlusconi non ha mai voluto accettare ciò che non gli conviene. Intanto però tutti cercano di tenerlo buono e per farlo hanno adottato il “metodo Letta”… temporeggiano. Sia la maggioranza che il Quirinale prendono tempo, forse aspettano che i farmaci facciano effetto, ma nessuno prende il toro per le corna e dice le cose come stanno, nessuno ne ha il coraggio; è come se non volessero inquietarlo e lo riempiono di “vedremo”, “vedrai piano, piano le cose si risolvono”, aspetta che le acque si calmino e ti cambiamo nome”, “ci sono cose peggiori” e… “solo alla morte non c’è rimedio”.
Ma guardiamo le cose prendendone una “ sana distanza”. Come ricorda Rodotà per ottenere la grazia è necessaria una motivazione etica, un riconoscimento che è difficile attribuire ad un frodatore incallito, processato anche per sfruttamento della prostituzione minorile. Il costituzionalista ci ricorda anche che la frase “ agibilità politica” è una pura e “cacofonica” – aggiungo io – invenzione senza fondamento. Quindi è da escludere che Berlusconi possegga i requisiti per esser graziato. Ma andiamo oltre, ammettiamo per assurdo che il Bel Paese diventi il “Mal Paese” – ed è già sulla strada – e venga concessa la grazia a Berlusconi: l’evento annullerebbe la pena non il reato, cioè dal punto di vista penale Berlusconi sarebbe “pulito”, ma dal punto di vista storico e sociale resterebbe un frodatore, un pessimo politico che ha costruito la sua fortuna frodando, pagando, intrallazzando e… nei quarti d’ora liberi andando a mignotte perlopiù minorenni. Con la grazia non verrebbero cancellate le gesta di Berlusconi, anzi… si otterrebbe l’effetto opposto: salverebbero inspiegabilmente un pregiudicato che ha compromesso a tal punto la vita politica e democratica di un Paese da riuscire a ricattarlo fino alla fine. Non sarebbe una bella pagina di storia da far leggere ai posteri.
Consideriamo un altro punto poco evidenziato: spesso sentiamo parlare di attacco del potere della magistratura nei confronti di quello politico. E se guardassimo la cosa da un'altra angolazione? In Italia per vent’anni un solo uomo è riuscito a detenere tutti i poteri: economico, politico e mediatico, ha fatto il bello e il cattivo tempo bypassando oltretutto una legge elettorale degli anni 50’ – scoperta “puta caso” solo recentemente - che lo avrebbe reso ineleggibile perché in evidente conflitto di interessi. Ebbene, nonostante questo “strapotere”, nonostante avesse l’appoggio diretto dei suoi e quello surrettizio degli avversari, questo personaggio “antidemocratico geneticamente"  è stato fermato, e non illegalmente, o con un atto di forza, bensì perché gli sono stati riconosciuti in sede giudiziaria dei reati, perché non ha rispettato le leggi di questo Paese contravvenendole. Se le cose le guardassimo così sembra che la divisione dei poteri – nonostante tutto - non funzioni poi tanto male. Non si può certo dire che sia tutto perfetto o che la magistratura sia composta da un empireo di beati,  ma neanche possiamo dire che è stato condannato un innocente, né possiamo dichiarare che si tratti di una persecuzione; se Berlusconi fosse stato realmente oggetto di persecuzione come avrebbe potuto comandare in Italia per vent’anni? Come avrebbe potuto fare quello che ha fatto? Come sarebbe potuto diventare per quattro volte presidente del consiglio, possedere l’unica azienda che cresceva in profitti persino durante la crisi, gestire i mezzi di comunicazione e dettare legge anche dopo una condanna definitiva?