In Verità

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giovedì 22 agosto 2013

DELLA CONGETTURA E DEL CEMENTO



La tentazione alla congettura spesso sa di asfalto bagnato e di coriandoli infangati  sulla strade del mercoledì delle ceneri.  Lasciamo che la nostra sensibilità affondi tenue nel risposo dei  pensieri con la presunzione che sia una meta, un apice toccato con la fatica del pensiero. E il sangue si mischia nei nostri occhi sino a diventare il cielo rosso di un tramonto che non sarà nostro. Amiamo questo delirio, questo principato tanto delicato quanto falso, come una conquista perenne, un’orma a fuoco che ci inganna con la sensazione del “picco di perfezione”. Ciò che ci inganna e proprio ciò che ci viene in aiuto, il presumere, questo certo sentire che il perfetto sia stato toccato, sfiorato è in realtà traccia e misura incommensurabile della nostra distanza. Megalomanie istantanee con le quali stabiliamo falsi precedenti, maturiamo ostensive e tremolanti consapevolezze di un inganno al quale amiamo consacrarci ogni volta come sacerdoti vuoti di fedi perennemente nuove: eretici del prima, novizi dell’ora. I vicoli diventano vie sterminate, le sensazioni profezie, il cemento marmo. Noi cadiamo dove i nostri padri ci hanno tracciato strade, sulla sottigliezza. Siamo punte acuminate di zirconi che si graffiano frantumandosi certe di esser diamanti. Possiamo dire di non esser perfettamente liberi perché abbiamo la libertà di poter sottilizzare, possiamo dire di esser sensibili e  piangere martiri  mai conosciuti perché loro avevano il viso duro, perché il marmo fa meno senso della carne e dei rivoli di sangue che ci insozzano le scarpe. Le loro battaglie sono lontane il giusto: tanto da non invadere il quotidiano, ma, per fortuna, non abbastanza per una onoraria sacramentata occasionale. Siamo amanti distratti, un orgasmo di contrizione di tanto in tanto e usciamo mondi e perfezionati dalla noia come perpetue sotto il sole che distribuiscono santini all’uscita della messa. Le facce beatificate da un sermone di vita improvviso, ma fatto come Dio comanda, fino al suo sciogliersi nella memoria. La congettura è un’adultera col viso d’angelo e le cosce di cemento, un falso dono, il periplo infinito della lontananza, è senza sangue perché non si sente scorrer nulla se non la linfa sterile dell’appagamento estemporaneo.  Non ha brividi né tremori, non ha occhi con cui esprimere piacere o terrori. E’ un demone meridiano che ci coglie tra il sonno e la veglia e che ci sfugge con una promessa perenne di verità tra le sue labbra chiuse. L’ostacolo si veste da illuminazione, la distanza da ispirazione e la sua maschera è il nostro volto: l’inganno che celebra e che lusinga non ha bisogno di stare alle nostre spalle, ci sta davanti e ci guarda negli occhi. Ci gira intorno come un servo compiacente e sussurra le nostre gesta per cullarci nel sonno. Ha le mani tozze e il verso lieto, non ci tocca ma canta, è un satiro multiforme, un aedo mediocre dal tocco ruvido ma supplica come Elena ai piedi del cavallo di legno. Conosce le voci di ciò che amiamo e le imita alla perfezione, ci arma delle nostre stesse illusioni per derubarci al culmine del nostro compiacimento lasciandoci tra le mani la sabbia di una clessidra frantumata.