In Verità

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mercoledì 31 luglio 2013

DE GREGORI, “RUMORE DI NIENTE”.


Francesco De Gregori oggi ha rilasciato un’intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. Non l’avesse mai fatto! Una delle icone della canzone d’autore sembra si sia clamorosamente tuffata, oltretutto di “sua sponte”, nella caotica piscina di fango dei media di casa nostra, riempiendo di schizzi melmosi un curriculum poetico straordinario. Ha attaccato il Pd – e qui l’animo semplice ed ingenuo del poeta è ancora vivo e palpabile, perché crede esista il Pd -, dichiarando che rinuncerà al votare perché  beccheggia goffamente “tra gli slow Food strizzando un occhio ai “No Tav” per rubare qualche consenso a Grillo, e che la sinistra oggi “è un arco cangiante che va dall'idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità”  (cosa che messa in rima e musicata come solo lui sa fare avrebbe venduto non poco). Che dire… è stato fantasiosamente ovvio, come lo siamo tutti ma… con meno immaginazione. Ha mostrato il suo disincanto, la sua stanchezza, la sua resa davanti ad un’avvilente evidenza che deprimerebbe anche il Che. E per questo è stato criticato: accusato dalla sinistra di ingratitudine – come se De Gregori fosse di sinistra per esigenze di contratto discografico -, di qualunquismo spicciolo sui social network, da blogger e giornalisti più o meno influenti, per non parlare di malcelate insinuazioni su una parabola reazionaria del cantautore causata dall’approssimarsi della senilità. In un modo o nell’altro tutti sono stati delusi da Francesco De Gregori e tutti ha scontentato; anche chi in fondo ha tentato di giustificarlo già solo in nome dell’amore incondizionato per la sua poesia. Di tutti commenti sentiti o letti avessi sentito qualcuno che ha dichiarato: “ma il poveraccio” – si fa per dire – “non si sente più rappresentato da nessuno, e a questo punto  non  vuole più rappresentare nessuno”. Perché Francesco De Gregori dovrebbe continuare ad essere la bandiera di gente senza idee, senza “ideologia” – parola terrificante oggi -, di traffichini penosi e insulsi che hanno perso di mira ogni decenza? In fondo è da un po’ che la sua musica ha rinunciato al colore politico, il disincanto è nei testi ed è anche piuttosto evidente. Certo, ha votato Monti alla Camera… e a questa affermazione non nego che ho subito pensato che avrebbe dovuto rinunciare a votare già qualche mese fa… ma credeva che il “Rigor Montis” fosse una ricetta valida; e qui gioca la sua ricchezza, il suo aver preso congedo dalla reale situazione del Paese, perché una cosa è esserne a conoscenza e un’altra e sentirla o viverla. Oramai De Gregori fa parte di un empireo che ignora strutturalmente anche se sa formalmente: è dall’altra parte di quella voragine sociale che non ha fatto che ingigantirsi da venti anni a questa parte. Lui può tranquillamente affermare: “Succede che il mio interesse per la politica è molto scemato. Ha presente il principio fondativo delle rivoluzioni liberali, "no taxation without representation?". Ecco, lo rovescerei: pago le tasse, sono felice di farlo, partecipo al gioco. Però, per favore, tassatemi quanto volete, ma non pretendete di rappresentarmi.” Lui può permettersi di schifare e snobbare la politica con il disincanto di chi ha dato, ha comunicato, ma adesso… è stanco. Non chiedetegli un’opinione, un’appartenenza, perché anche se è qualunquistico affermarlo… “sono tutti uguali” – mai vero come adesso col governicchio delle “larghe intese”. Non è che adesso con la paura di essere accusati di qualunquismo vogliamo negare l’evidenza dei fatti? Sarebbe autocensura e ci mancherebbe solo questa! Questa realtà è qualunquista e misera mettiamocelo in testa! E se la realtà politica è qualunquista sarà forse perché è composta, commentata, gestita, violentata e sfruttata da gente mediocre e dozzinale, incapace, avida, inetta e senza alcun senso civico e sociale? La butto lì!...
De Gregori è un artista, un cantautore, un poeta… ma noi siamo sempre italiani: quel popolo che è politico anche quando è seduto sulla tazza del cesso, che pretende dalle proprie icone – anche se si occupano di tutt’altro – la  ragione, l’illumininazione – e grazie a questa radicata mentalità malata, più retorica che pratica, più di immagini che di contenuti, ha permesso a comici e pagliacci sessuomani di governarci! Aspettiamo sempre il carismatico che ci guidi; ammettiamolo… noi siamo politicamente messianici! E quando qualcuno che abbiamo eletto profeta non ci accontenta ci restiamo “troppo male”. Francesco, non hai detto nulla che nessuno non ripeterebbe… ma da te non ce lo aspettavamo!, come minimo dovevi comporci un nuovo inno seduta stante col quale gloriarci di essere di sinistra anche non facendo una mazza come sempre. Però avremmo avuto una canzone in più da cantare… vuoi mettere? Mica cocce de noci!!???