In Verità

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giovedì 9 maggio 2013

I FURBI E I FESSI



Nel suo “Codice della vita italiana” Prezzolini scriveva: “I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi.” E’ molto facile dedurre che questa considerazione è uno dei collanti nazionali, una delle poche caratteristiche che ci unisce, anche grazie alla continua e centrifuga relazione dei due soggetti, perché i fessi ambiscono alla furbizia mentre i furbi sono capaci di qualunque cosa pur di non passare per fessi.
E’ in  questo meccanismo d’unità nazionale che si inserisce la longeva e controversa figura di Giulio Andreotti.  
Da anni il giudizio comune sul politico scomparso tre giorni fa è stato sempre lo stesso, e ce lo siamo sentiti dire in tutte le salse: “sicuramente non ha la coscienza pulita ma di certo è uno sa tutto e che sa il fatto suo.” Potevi parlare con uno di destra o di sinistra, al bar, nella sede di un partito o in palestra, ma ogni volta che si toccava l’argomento Andreotti questa era la risposta. Insomma i fessi ammiravano e rispettavano la “cosiddetta” furbizia, ben incarnata e sintetizzata in una figura politica rivestita – secondo l’opinione comune - da un’aura composta in parti uguali da machiavellismo di provincia e mistero di convenienza . Persino l’efficace ed iper-realista film di Sorrentino indirettamente celebra e affresca questa visione oscura che col sedimentarsi del tempo ha assunto aspetti grotteschi da “maledizione del faraone” o da “segreti delle piramidi”. Inutile dire quanto questa opinione – una volta diffusa e consolidata negli anni -  possa fare il gioco dei furbi e dei potenti.
Quanto amiamo i furbi, in fondo li ammiriamo, e ne siamo anche invidiosi. Il potere è sempre affascinante e con un pizzico di mistero e una spolverata di segreti di stato diventa intoccabile, ci si rassegna a tenerselo, a subirlo come inevitabile, sembra l’unica alternativa quasi per “Ragion di Stato”.
Ecco la vera arma di quel periodo: “La Ragion di Stato”! Il grande alibi, la risposta a tutti i misteri, a tutte le domande. La Ragion di Stato è stato il grande tendone che ricopriva dalle intemperie il tragico circo di quegli anni. In nome della ragion di stato si sono coperte stragi, progettati golpe pronti a scattare nel caso in cui la recita della democrazia repubblicana perdesse colpi. In nome della ragion di stato venivano eliminate o messe a tacere voci fuori dal coro, strumentalizzati e veicolati movimenti criminali e sovversivi, si facevano patti elettorali e non con  “cosa nostra” – anche se la mafia per lo stato non esisteva -, in nome della ragion di stato la democrazia era una maschera, la repubblica una farsa, e la Dc un muro pseudo ideologico che ci divideva dall’est e che è inevitabilmente crollato dopo il 1989 quando non serviva più.  Di misteri non ce ne sono, i misteri non esistono, tutto è chiaro, lo è sempre stato. Ciò che veramente fa rabbia non sono i misteri, questa è propaganda per distrarre che ancora funziona, ma sono le morti che non hanno avuto giustizia: i cadaveri galleggianti di Ustica, persone morte perché aspettavano un treno o ascoltavano un comizio in piazza, la cancellazione di una nuova opportunità di cambiamento e riforme del Paese con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro nel 1978, i favoreggiamenti diretti ed indiretti a logge massoniche implicate con la finanza inquinata, con la criminalità organizzata, l’aver paralizzato il processo di emancipazione e liberazione della vita politica dalle mafie  con le stragi di Capaci e Via d’Amelio. Questo davvero fa rabbia.
Ora una domanda resta, una domanda la cui risposta è nella vita politica contemporanea. Quale eredità abbiamo ricevuto grazie al grande alibi della “Ragion di Stato?” Difficile parlare di eredità quando si è rimasti orfani, quando in nome della “ragion di stato” tutti i grandi promotori del cambiamento sono scomparsi: abbiamo delle statue, delle targhe, l’Italia è un cimitero degli ideali e del cambiamento. Un Verano delle belle intenzioni. Dov’è Moro e la sua scorta? Falcone, Francesca Morvillo, Borsellino e le loro scorte? Dove sono Pecorelli, Impastato, Walter Tobagi e Pino Puglisi? Dove sono Luigi Calabresi, Ambrosoli e il generale Dalla Chiesa? Sono rimasti i furbi, evidentemente ce li meritiamo, campano anche Tanto.