In Verità

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mercoledì 16 gennaio 2013

UN FILM: MOONRISE KINGDOM



Sono un accidioso e questo mi nega spesso dei semplici piaceri, come appunto il cinema – anche se devo ammettere che il caso mi concede inaspettati colpi di fortuna.  
Moonrise Kingdom è un’americanata necessaria e dai risultati tanto felici quanto delicati. Una commedia ben costruita, dove nulla è lasciato al caso, richiede un impegno notevole anche perché il soggetto è in apparenza estremamente banale. Due ragazzini in piena pubertà nel 1965 nell’alveo rassicurante di un’isola del New England realizzano una fuga d’amore meditata per via epistolare. L’anno è tutt’altro che un caso: nel 1965 ufficialmente finiscono gli anni 50’ – cosa che nei personaggi e nell’ambientazione del film è volutamente ignorata: nascono band come i Pink Floyd e i Beatles, muore Le Corbusier,  dopo la crisi del Tonkino gli Stati Uniti mandano le prime truppe in Vietnam, sarà ucciso Malcom X, viene spedito nello spazio il primo satellite di comunicazioni e un’altra sonda manda le prime foto da Marte. Le citazioni figurative, musicali e letterarie sono numerosissime ma ben distribuite e mai lasciate al caso. La ragazzina, algida e severa, e in apparenza anaffettiva, abita nella Casa di bambola di Ibsen immaginata in un quadro di Hopper e guarda il mondo con un binocolo – e con silenziosa indifferenza osserva anche l’adulterio che la madre (interpretata da un’ottima Frances McDormand) consuma  con il capo della polizia dell’isola (un inconsueto ma felice Bruce Willis). 





La recitazione è formale, assolutamente inespressiva – raramente i personaggi si guardano negli occhi -, i dialoghi lenti ed essenziali si sviluppano ironizzando sul manierismo hollywoodiano dell’epoca. Tutto è recita: l’ipocrisia, la formalità, l’assoluta assenza di spontaneità non vengono mai volutamente tradite nel distendersi della trama, come accade in ogni contesto di maniera. Tutto accade come se l’indiscreto Sputnik stesse osservando dall’alto e per questo ogni vero americano è chiamato a recitare la parte del “perfetto americano”! 


All’interno di questo clima alla Grant Wood la borghesia statunitense si culla e fa la sua parte in modo calcolato, come ad esempio quella del marito tradito e consapevole – lo straordinario Bill Murray – che vive ottundendo ogni emozione, riducendo al minimo la sua presenza se non per brevi tratti in cui bipolarmente mostra tutta la sua rabbia repressa; critica delicata ed efficace all’immagine di perfetta famiglia americana sponsorizzata in bianco e nero dalle pubblicità di detersivi dell’epoca.
Il piccolo Romeo è invece uno scout orfano tutt’altro che popolare, con un’indole da Huckleberry Finn ma con degli occhialoni da precoce colletto bianco: indossa quasi sempre un cappello di castoro alla Davy Crockett e fuma una piccola pipa di grano. La fuga è molto sobria, lui porta con sé tutto il necessario per il campeggio, mentre lei in un cesto da picnic tiene il suo gatto, il binocolo, dei libri di avventure e di fantascienza al femminile, un mangiadischi "preso in prestito" dal fratello minore e un solo 45 giri “Le Temps de l’Amour di Françoise Hardy” che accompagnerà i due fuggitivi nei primi approcci amorosi su una piccola spiaggia asetticamente denominata “Insenatura 2,25 miglia” che loro ribattezzeranno Regno della luna al tramonto (Moonrise Kingdom appunto, frase che mi è stata tradotta). In questo abbozzo provinciale dell’Isola di White il giovane Sam ritrae la sua Suzy e le fa degli orecchini con due ami e due insetti, e nel loro concetto di avventura e di poesia senza rime resuscitano inconsapevolmente Walt Whitman strizzando già l’occhio a Keruac. La fuga viene soffocata e - come da copione - i due vengono condannati a non vedersi. Ma questa ribellione sobria e inaspettata frattura l’equilibrio formale e stantio di tutti i personaggi, compreso quello del caposcout - interpretato da Edward Norton -  sino a quel momento irrimediabilmente condannato ad una ottusa, ridicola e formale disciplina paramilitare nel campo Ivanhoe.  Il piccolo protagonista si vede rifiutato anche dalla sua famiglia affidataria e si aprono le porte dell’orfanotrofio annunciate da una fredda e insensibile assistente sociale (Tilda Swinton), che sembra appena uscita da Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Questo personaggio è volutamente senza nome … si chiama solo “Assistenza Sociale”, così come le varie streghe del Mago do Oz usavano i punti cardinali per distinguersi.
Ma i due amanti, questa volta aiutati da tutti gli scout del campo, scappano di nuovo, e così Suzy – come la Wendy di Peter Pan – ha anche il tempo di leggere loro davanti ad un falò, le pagine dei suoi libri.  Si annoverano a questo punto velocemente: il ludico matrimonio dei due, un fumettistico fulmine che colpisce il protagonista nell’eroico e grottesco tentativo di combattere contro i suoi inseguitori, e la prospettiva di vita da latitanti su un peschereccio che non raggiungeranno mai.


Nel frattempo interviene una tempesta sull’isola e i due fuggitivi si ritrovano mano nella mano sul campanile della chiesa in procinto di saltare. Il finale – che ometto - è però volutamente in perfetto stile lieto fine, anche perché la commedia americana – anche se d’autore – difficilmente concepisce il sincretismo narrativo tra commedia e dramma.  La pellicola – anche se non so se così ancora la si possa chiamare – è deliziosa, senza eccessive pretese e per questo le esaudisce tutte. Uno spaccato ironico ma non dissacrante su uno dei periodi più complessi della storia americana, quel periodo che divide la generazione cresciuta nell’illusione dell’ottimismo propagandistico degli anni cinquanta  da quella della contestazione. Originale è la colonna sonora che vede avvicendarsi in modo puntuale Bernstein, Antonhy, Desplat, la Hardy, Rubner, Williams e Britten. Originale anche il filo rosso che unisce l’incipit e la fine del film: all’inzio un disco istruisce l’ascoltatore sulla composizione e la struttura della musica sinfonica, nei titoli di coda è la voce di un bambino che elenca l’ingresso degli strumenti nella composizione, quasi a rivendicare un’autonomia di pensiero e azione  rispetto ai dettami imposti dall’alto.
Un particolare plauso va al piccolo attore bendato che recita la parte di “occhio pigro”…. Che in tutto il film ha una sola battuta: “stanno tornando indietro”.