In Verità

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giovedì 20 dicembre 2012

MAESTA' RACCATTATE




Tra i drammi storici di Shakespeare il “Re Giovanni” non ha una posizione di rilievo, anche se non mancano i migliori ingredienti: l’acme della decadenza plantageneta, la minaccia, la paura, la ferocia della guerra, la plumbea presenza di un bastardo, matrimoni combinati, puntuali scomuniche, il tradimento - e da questo - l’inevitabile scorrere copioso sangue familiare, ritenuti infine tutti totalmente inutili.
Le prima avvisaglia di questo straordinario fallimento la leggiamo fin dal primo atto quando il messo del Re Filippo di Francia ha l’ardire di dire in faccia a Giovanni e davanti alla sua corte che è una “maestà raccattata”. L’offesa avrà una risposta debole e il messo sarà libero di tornare “in pace” da un re di Francia vincitore già solo per coraggiosa impudenza indice di superiori qualità caratteriali.
Cosa rende questo testo perfetto e infelice, nonostante tutte le sue impeccabili caratteristiche, se non l’assoluta debolezza del suo protagonista?  Shakespeare doveva rappresentare il Lackland, il Senza terra: una figura inutile il cui regno fu solo materia informe nata da un malaugurato caso, utile solo a confermare la massima di Montaigne che ci ricorda che i frutti della fortuna mai sono uniti al merito.
Quindi la storia di Giovanni Senzaterra è più affascinante del suo stesso protagonista, e questo teatralmente non aiuta il canovaccio.  
Se dovessimo andare in cerca di “maestà raccattate” nella nostra contemporaneità  potremmo facilmente riempire i palcoscenici di drammi inefficaci – pronti ad assassinare definitivamente il teatro - per un tempo pressoché indefinito, e perlopiù senza neanche la consolazione della buona letteratura. Siamo orfani anche di gloriosi fallimenti. 
Il contemporaneo si presta poco all’arte e l’assenza di qualsivoglia Brecht, Pasolini o Ionesco segna anche il congedo dell’indagine dell’artista tra le macerie dell’ovvio, nonostante molti abusino senza pudore della parola quotidianità.  Tutto questo lascia campo libero a personaggi teatrali sciolti da ogni sceneggiatura, figure reali ed inquietanti come le sensazioni lasciateci da una notte di incubi e completamente libere  di scorazzare nudi nel nostro mondo, esibizionisti che disturbano le nostre esistenze non riconoscendole. A tal proposito, quale metafora migliore dell’Italia? Di “maestà raccattate” potremmo tranquillamente stilare un elenco dettagliato ed esauriente, tanto preciso e meticoloso quanto spaventevole. Avremmo tra le mani una sorta di “censimento ridicolo degli orrori inutili” che potrebbe ripopolare senza difficoltà tutto l’Inferno di Bosch, nel malaugurato caso in cui sfollasse, e non noteremmo la benché minima differenza nella sostituzione.  Abbiamo tra le mani tanta di quella materia “ridicola” da restarne senza fiato, della quale siamo talmente sazi da non notarne il gusto e le opportunità. Siamo “pieni” per riconoscerne la prelibatezza e, peggio ancora, per coglierne il pericolo per le nostre capacità di giudizio – arterie oramai totalmente compromesse per esser salavate. Nella casa della follia prima o poi si diventa folli, se non altro per consuetudine. Vi entriamo e ne restiamo sconvolti: ma col tempo, con l’abitudine, anche i più assennati saranno disposti a mangiare in piatti immaginari, a convincersi che il soffitto sia il pavimento, che le condanne passino per promesse e la follia senno… e tutto questo, tutto questo senza neanche la bellezza della Poesia.  

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