In Verità

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venerdì 2 novembre 2012

Analgesica



Di tutti i dolori facciam medaglie, di tutti gli uomini confuse solitudini.  Non ho una bocca né una penna o croci di vetro da frantumare per camminarci sopra. A cosa serve l’altro se non mi torna utile? Se non per far bella posta dei miei giudizi sputati sulla sua anima senza che io davvero non la trapassi fino in fondo con ogni parte di me? 
Almeno il circo è fatto di signori, cilindri lucidi, paglia, sterco, angeli e miracoli... ma non piace più; i pagliacci dobbiamo truccarli noi; casomai di notte, mentre dormono, mentre non sanno, quando non possono decidere se vogliono un naso rosso o una lacrima nera sotto un occhio. Dovevo aspettare la fame della solitudine per provare l’appetito dell’autenticità; l’orlo della pazzia fa lucidi i nervi tesi… e prima di volare nel vuoto ti guardi intorno e ti lasci superare da esseri spogli… vestiti a puntino con le pezze grigie delle loro ossessioni.  Manichini galvanici che hanno una sola direzione. Sbattono contro muri, riassestano la testa… un passo indietro e ancora il muro! E ancora e ancora. Con lo scafandro dell’amore e della vita biascicano tra la ventura e il fango chiamandolo cielo.  Una penna di tortora tra i capelli e piccole dita per ali e un appunto preso veloce a marginalia di un libro: “chiudere gli occhi per salvarsi da tutto questo.” Secoli per soffocare la poesia, un istante per fecondare un animale. Figli come soldati, come lupi da liberare nel mondo. Benedetti con la bile, battezzati coi denti digrignanti e la rabbia in corpo. L’uomo ha la salvezza tra le cosce e spinge come un ossesso sudato credendo di arrivare al cielo. Mi riscaldo le mani sfregandole e medito di assassinare l’asfalto affogandolo nelle lacrime... ma niente consola. Il passo pesante di chi ho attorno mi ricorda che esser vivi da queste parti è ritronarsi sino a sentirsi traboccare di carne e sangue. Fottere, che sia la vita o la corteccia liscia di un corpo, ma fottere! Rivendicare la vita dalla vita perché in fondo siamo già morti. La presunzione di precipitare nel nulla urlando di sfuggirgli, fino a ché non ha inghiottito anche la nostra voce. E allora non resta che provare a sentirsi vivi in un groviglio di dolori vestiti da spose pronte da baciare sull’altare, di cicatrici cucite a merletto da mostrare come un legionario in pensione. Soldati reclutati per la guerra della vita che hanno percorso le radure del sacrificio per disegnare mappe con le loro delusioni mascherate da vanti. E io mi incanto accarezzando un cielo di velluto gelido. Ho avuto in eredità cristalli frantumati, una penna che non scrive e le prime ore del pomeriggio.