In Verità

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lunedì 12 novembre 2012

Amarcord: SOLITARIE LUMINARIE.



Rosso Tiziano e bianco panna, blu elettrico e mille luminarie. Il circo è in città e l’elefantino delle favole abbraccia con la sua proboscide la coda della memoria per non allontanarsi mai dai tuoi ricordi. Il saltimbanco sorride mentre cammina sul filo, distribuisce ali di carta che annunciano la data del grande inizio. Fiori di cartapesta, zucchero filato, croccanti di zucchero e occhi sognanti di bambini tenuti per mano... . Ma il pagliaccio ha due facce come la luna: una illuminata, bianca e con una goccia d’argento al posto di una lacrima e l’altra nascosta e gelata che abbandona nel camerino solo per il tempo del suo numero. Il prezzo della felicità? Nel gettone per un giro di giostra, nella bocca violenta e incantata del mangiafuoco, tra i capelli raccolti delle ballerine, tra le loro tulle sottili e stellate. Paglia a terra illuminata dalle insegne. Il cavallo fenomeno fa di conto per uno zuccherino e dietro le quinte il mago nasconde nel doppiofondo della sua anima i suoi cento fazzoletti colorati. Sapessi come vorrei qui i tuoi occhi, li vorrei qui tra il trombone sfiatato del pagliaccio stanco e la scala per salire sulla dimora ardita degli acrobati. Qui in questo tendone a strisce rosse e bianche, tra la sabbia e quel buco che squarcia questo cielo di pezze rattoppate e lascia nude le stelle. Qui il vento fa danzare vesti sgargianti appese e lini candidi davanti alle porte dei carrozzoni. L’incantatrice di serpenti fa all’amore con l’uomo volante, chiude sempre gli occhi e piange quando lui danza nel vuoto senza rete. Il presentatore seduto in un angolo buio su uno sgabello di legno si slaccia la cravatta e si fa vento con le mani tra un’esibizione e l’altra, non guarda nessuno e conserva i suoi sorrisi solo per entrare in scena. Se potesse si toglierebbe anche le scarpe strette e lucide, ma non ha tempo. Ti vorrei qui nella casa degli specchi per moltiplicare il tuo volto e non trovare mai l’uscita, ti vorrei qui per rubare l’oro dai tuoi occhi incantati e farti una corona di carta colorata, qui per legare con i miei lacci di cuoio le tue mani alla mia anima. Ti stancherei di sguardi perché guarderesti coi miei occhi, mi affaticherei di stupore perché respirerei con la tua bocca. La cavallerizza bionda è pronta e accarezza il suo splendido Arabo bianco, l’Andaluso dalla criniera selvaggia si inchina e saluta il pubblico come un re, ma nessuno lo ha mai imbrigliato o cavalcato. Tutti lo salutano mentre con eleganza scompare sotto la tenda rossa… applaudono lui o dicono addio alla libertà? Come vorrei fossi qui in questo paradiso di periferia, tra palazzi grigi stanotte illuminati dai neon e da enormi ed infuocati fari colorati. Tutti sono fuori incuriositi e annoiati con le loro canottiere bianche e i loro ventagli di plastica. Tutti sanno ma nessuno immagina. Le loro ringhiere in alto sono piccole prigioni di silenzi, ma io ti vorrei qui in questo incrocio infinito di esistenze, sulla soglia di questa geometria di differenze, nell’algebra senza soluzione dei miei occhi.