In Verità

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domenica 11 novembre 2012

LA MIA MORTE.



“Mostratemi la morte” qualcuno disse – o forse l’ho solo sognato. Chi avrebbe mai detto che mi sarebbe passata affianco e avrei provato compassione per lei? Un giorno di festa, una flânerie: giù nella discesa davanti a me l’arco di Settimio Severo di un bianco lancinante, imponente, maestoso. Tra i fornici marciano solo sterpaglie mosse dal vento, silenzi e i curiosi passi dei turisti che si mettono in posa . Il desiderio di toccare quel marmo mi è negato, l’amante antica mi è rimasta lontana nonostante promettesse con le sue forme passione infinita. I Parti in realtà non furono mai sconfitti. Alla mia destra il carcere Mamertino invaso da una folla di suore, un mare grigio di veli nervosi ed eccitati, un’onda convulsa e anonima, volutamente anonima, frigida, fredda e austera in nome dei gioiosi sponsali con Cristo, nessuna preghiera spesa, solo la voce della guida che descrive la conformazione del Clivio, la storia della prigione che accolse Pietro e Paolo – gli unici ospiti eccellenti di un luogo terrificante che ricorda reclusi - racconta Livio - dai tempi di Anco Marzio. Miriadi di vite e anime in pena, di morti e bocche che sputarono sangue, maledizioni e bestemmie. Tutti corpi, carni offese, che resteranno senza nome. In questa irrispettosa moina… eccola la lenta morte: partiva dalla Chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, i suoi passi erano quasi impercettibili… faceva tintinnare il suo bicchiere con qualche spicciolo dentro. Era di una precisione raggelante: ogni due passi trascinati e silenziosi un tinitinnìo accartocciato e metallico, china sino all’inverosimile. Il suo volto era nascosto da un fazzoletto di cotone grezzo e scuro. Quella pezzente era senza tempo; sarebbe potuta essere una miserabile di Hugo, una caricatura del West End di Hogart, forse anche più antica del Tullianum! Sotto quel copricapo tragico una macchia nera, un vuoto oscuro, il nulla, condannato dagli anni e dalla miseria a rivolgere lo sguardo verso terra . Eppure quella vecchia era solenne… strega dell’ignoto! quell’incarnazione delle nostre paure più nascoste spargeva col suo mendicante incensiere quella giusta dose di tanfo capace di far riemergere d’un tratto tutto ciò che nascondiamo in tutta fretta sotto i tappeti della coscienza… nella speranzosa attesa che ci visiti la felicità . Una miserabile maestà faceva scostare tutti, incuteva rispetto, perniciosa attenzione, abominevole analisi. Anche quel mare grigio e triste di devote consacrate si aprì infastidito e stupefatto al suo passaggio. Mosè non avrebbe potuto fare di meglio. La sua sottile e miserabile arte consisteva nel far fare alle monete sempre lo stesso suono in una precisa cadenza, un movimento che non suonava come la semplice richiesta di elemosine ma come un imperativo, come un atto dovuto e irrevocabile, nessuno poteva esimersi , e se anche qualcuno fingeva di ignorarla, lenta e inesorabile sarebbe ritornata come una maledizione irredimibile, come il trascorrere del tempo . Eccola la mia morte… mi attraversa e mi terrorizza , mi cammina di fianco, non la voglio ma non posso fare a meno di guardarla, di farmi terrificare da lei, dal suo esser senza volto. Il conto che mi presenta è sempre troppo alto e non basta un obolo per allontanarla, fa sempre lo stesso giro, è incurante, troppo eterna, insopportabile ed ineluttabile compagna… miseria di tutte le mie miserie.