In Verità

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giovedì 25 ottobre 2012

Stupor Vacui.



“Miti nuovi nascono sotto ciascuno dei nostri passi.” Così esordiva l’ultimo dei primi  Flâneur. E diciamocelo, i francesi sanno scrivere, ci fa incazzare ma è così. Sarà l’eredità dell’alessandrino ma ci sanno fare. E si sono sempre impegnati in geografie nuove strizzando comunque l’occhio a Lamartine. Topografia incessante anche delle assenze. Tutti vogliono lasciare orme, segni, scoprire significa “topografare”; battezzare sverginando. Nominare dissacrando! Non si è fatto un vero passo in radure nuove se, in itinere, non si sono umiliate sterpi sotto i nostri piedi. E’  l’evolversi  di quell’intimo senso di conquista che provavamo nel dominare pozzanghere di fango marchiandole con le nostre orme ! Persino lasciare un vuoto è  lasciare il segno! In questo… forse è stato più originale Jack lo Squartatore! Al di là di qualsiasi etica è piuttosto stancante l’ossessiva idea di lasciare qualcosa; e non è esattamente il sentire del violinista pazzo. Mellonta tauta! Che non è esattamente pensare che basta un eone, foss’anche d’eterno ritorno, a cancellare ogni sforzo di presenza di segni e memorie. “I respiri non si lasciano condensare in conclusioni “ scriveva Canetti, e i passi non si pietrificano negli arrivi molto più umilmente scrivo io. Nichilismo? Parola grossa per respiri e passi; non voglio scomodare eterni carcerati, coscienti e lucidi suicidi o un mal compreso Friedrich… forse più un anonimo scrittore di haiku che tralascia il senso al non detto. Persino i pontefici conoscono il peso di questo termine abusato e preferiscono accontentarsi  di un termine più abbordabile… “relativismo”. Appartiene più alla povertà del nostro rimuginare, le nostre menti analgesiche lo capiscono meglio. Spesso si sottovaluta il primato di due millenni di propaganda sempre efficace, tanto da portare a sé – inconsapevolmente - anche i più accaniti detrattori! E senza rendersene conto sono spesso proprio i nemici più acerrimi a spaccarsi i denti sui sagrati delle chiese credendo sia sangue donato alla ribellione e all’indipendenza delle idee. Almeno nella Mancia si combatteva conto i mulini a vento. Apostolato in nome del niente ma sempre apostolato. 

Ecco i nostri passi con la presunzione del marchio a fuoco. L’illusoria vittoria sulla morte delle nostre azioni. Il disperante graffiare alle porte dell’eternità. Questa ossessione non ha pietà, l’orma vale più del cadavere che calpesta.

Vedo intorno a me un flacone mezzo pieno, due bicchieri di carta, di cui uno è stato tramutato in posacenere, una bottiglia d’acqua – sorgente in pet – e accatastate due pile di libri semi aperti, un mare di appunti e la certezza che l’Ulysses non si offende accanto ai Meridiani di Stevenson. Lascio aperti oceani, curo le patologie di Mann con la tubercolosi di Kafka. Sono porte che apro per non essere solo dove mi trovo. E  in cima il Labirinto di Bataille - e se mi va di lusso non capirò mai del tutto. Non cammino su cieli inventati, né cerco beatitudini all’ingrosso. Vorrei solo che i miei passi avessero una leggerezza che li affranchi dalle orme, che sappiano percorrere senza tracciare sentieri. Che tutto rimanga così com’è, e che la scoperta non sia conquista.

Ma il vuoto che incontra è anche la nudità che egli sposa IN QUANTO E’ UN MOSTRO capace di assumersi leggermente molti crimini, e non è più come il toro giocattolo del nulla perché il nulla stesso è il suo giocattolo: non vi si inabissa che per lacerarlo e per illuminare la notte, un istante, un riso immenso – al quale non sarebbe mai pervenuto se questo nulla non si aprisse totalmente sotto i suoi piedi.” (G. Bataille, Il Labirinto)