In Verità

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mercoledì 16 ottobre 2013

ROMA, 16 OTTOBRE 1943


L’undici settembre del 1943, dopo appena un giorno dall’occupazione nazista di Roma, il comandante in capo dello  Sicherheitsdienst, il colonnello delle S.S.  Herbert Kappler ricevette un breve e perentorio comunicato dal Ministro degli Interni nazista e capo delle SS Heinrich Himmler nel quale si leggeva:   “i recenti avvenimenti italiani  impongono un’immediata soluzione del problema ebraico nei territori recentemente occupati dalle forze armate del Reich”.  Il messaggio, per quanto edulcorato e formale era chiaro: Kappler doveva attivare le forze occupanti per  procedere prima al rastrellamento e poi alla deportazione degli ebrei della capitale. L’operazione richiedeva tempo e risorse, il Ghetto di Roma, tra rione Sant’Angelo e il Portico d’Ottavia, era aperto dai tempi di Pio IX e, per quanto concentrati tradizionalmente in quella zona gli ebrei erano liberi di risiedere ovunque nella capitale, non era dunque una cosa facile: bisognava accedere agli archivi anagrafici della comunità e gli elenchi dei nominativi degli ebrei forniti dall'Ufficio Demografia e Razza del Ministero dell'Interno non erano del tutto affidabili. Kappler stava impiegando troppo tempo e Himmler spazientito inviò il giorno 24 settembre un secondo messaggio, stavolta segreto e molto più esplicito: “tutti gli ebrei, senza distinzione di nazionalità, età, sesso e condizione, dovranno essere trasferiti in Germania ed ivi “liquidati”. Il successo dell’impresa dovrà essere assicurato mediante azione di sorpresa”. A quel punto il Colonnello Kappler accelerò i tempi e due giorni dopo – il 26 settembre - convocò il Rabbino capo Ugo Foà e il Presidente della comunità ebraica Dante Almansi nel suo ufficio di Villa Wolkonsky e impose loro un ultimatum: “Non abbiamo bisogno delle vostre vite, né di quelle dei vostri figli, abbiamo bisogno invece del vostro oro. Entro trentasei ore voi dovete versare cinquanta chilogrammi di oro altrimenti duecento ebrei saranno presi e deportati in Germania”. I duecento ebrei corrispondevano ai “capi famiglia” della comunità, con quella minaccia Kappler attentò alla radice della tradizione, a ciò che c’era di più vitale nell’identità e nell’essenza della collettività israelita romana.  Il mattino del 27 settembre nella Sinagoga Maggiore iniziò la raccolta dell’oro, persino la curia di Roma si offrì segretamente di contribuire ma la comunità non accettò. Martedì 28 settembre, alle sei del pomeriggio, Foà ed Almansi accompagnati da altri rappresentanti della comunità si recarono a Villa Wolkonsky con l’oro raccolto. I nazisti per sicurezza lo pesarono due volte, risultarono 50,3 chilogrammi (furono aggiunti 300 grammi per evitare contestazioni o ulteriori disquisizioni sul peso), la comunità era salva! Avevano pagato la loro libertà, tutti a quel punto credevano di essere al sicuro, anche perché molti ritenevano inverosimile che a Roma potesse realizzarsi quello che stava accadendo nel resto d’Europa. L’oro fu spedito immediatamente in una cassa al generale Ernst Kaltenbrunner accompagnata da un messaggio in cui si spiegava a Berlino che l’opera di deportazione che sarebbe dovuta seguire era complessa e di difficile attuazione: la comunità era vasta, diffusa e radicata nella città, contava all’incirca 12.000 persone e quindi si suggeriva come alternativa “l’utilizzo” degli ebrei romani come mano d’opera per lavori obbligatori in loco. La risposta di Kaltenbrunner fu indignata e non lasciava scampo: l’“estirpazione” – così si legge - degli ebrei italiani era necessaria per la stabilità e la sicurezza dell’occupazione nazista nella capitale e di tutti i territori occupati. Non si accettavano eccezioni, si doveva procedere!
Giovedì 14 ottobre militari nazisti irruppero nel Tempio, sul lungotevere Cenci, e saccheggiarono le biblioteche del Collegio dell’ordine Rabbinico e della Comunità Ebraica - fino ad allora tra le più ricche di opere e documenti d’Europa - riuscendo così a trovare anche gli elenchi con i nomi e gli indirizzi di tutti ebrei romani. La sera stessa, un soddisfatto Kappler inviò una missiva al comandante del campo di concentramento di Auschwitz Rudolf Hoess, nella quale lo esortava a tenersi pronto, perché intorno al 20 di ottobre avrebbe ricevuto un “carico” di Ebrei dall’Italia. 
Tutto era pronto dunque, si poteva dare inizio alla deportazione degli ebrei romani: avevano i nomi e i domicili di tutti, anche grazie anche all’aiuto dei “solerti” commissari di pubblica sicurezza Gennaro Cappa e Raffaele Aniello. Mancava solo il fattore “sorpresa” suggerito dal comandante in capo del SS Himmler.
Da lì a due giorni sarebbe stato sabato e Kappler e i suoi non si lasciarono sfuggire l’occasione; avrebbero approfittato del giorno di riposo per cogliere tutti di sorpresa e iniziare i rastrellamenti proprio dal Ghetto del Portico d’Ottavia.
Alle cinque del mattino del 16 ottobre 1943, 360 uomini di un reparto speciale delle SS comandati dal capitano Donneker, più una ventina di uomini della questura con elenchi dei nomi alla mano, dopo aver chiuso con blocchi armati tutte le possibili  vie di fuga dal Ghetto e dalle strade limitrofe, iniziarono a bussare con violenza alle porte delle abitazioni, e urlando in tedesco intimavano a intere famiglie colte nel sonno di aprire, se nessuno rispondeva venivano sfondate le porte.  L’operazione doveva essere veloce e precisa, chirurgica! Nessuno doveva sfuggire, tutti i nomi segnati su quegli elenchi dovevano essere spuntati. Non fu sparato un colpo, ricordò nel suo verbale un compiaciuto Kappler, anche se sottolineò che alcuni romani tentarono di ostacolare il rastrellamento, di fermare i poliziotti e nascondere degli ebrei – in alcuni casi con successo. Alla due del pomeriggio di quel sabato furono ammassate nei pressi del Teatro Marcello 1259 persone tra uomini, donne, bambini, anziani e malati. La maggior parte avevano ancori i vestiti per la notte, tra loro anche una donna incinta, Marcella Perugia, che partorirà il giorno dopo nella Caserma del Collegio Militare di Palazzo Salviati dove tutti i rastrellati furono trattenuti per trenta ore prima di essere deportati. Dopo varie verifiche 237 prigionieri furono rilasciati in quanto non ebrei o di cittadinanza straniera. Solo una donna cattolica continuò a dichiarasi ebrea per non abbandonare un neonato rimasto orfano. Rimasero 1023 persone a cui si aggiunse un’altra donna: Costanza Calò, che sfuggita alla retata decise in seguito di consegnarsi spontaneamente ai nazisti per riunirsi alla sua famiglia.
Lunedì 18 ottobre, alle due del pomeriggio, dalla stazione Tiburtina partì per il campo di sterminio di Auschwitz un treno con 1024 persone stipate in 18 “carri bestiame”. Il convoglio arriverà a destinazione il 22 ottobre, ma i deportati furono fatti scendere dai vagoni sprangati solo alle tre del mattino del giorno successivo. Molti, i più deboli e bisognosi di cure, non riuscirono a reggere alle condizioni proibitive e disumane del viaggio e morirono lungo il tragitto; 820 persone, soprattutto bambini, anziani e malati, furono immediatamente giudicati inabili al lavoro e sterminati nelle camere a gas. Soltanto 154 uomini e  47 donne furono considerati sani e in grado di lavorare. Alla fine della guerra faranno ritorno a Roma solo 16 persone, quindici uomini e una donna, Settimia Spizzichino, trasferita nel 1945 dal campo di Auschwitz-Birkenau, dove fu usata come “cavia umana”, al campo di Bergen Belsen e in seguito liberata. Settimia Spizzichino perse ad Auschwitz la madre, due sorelle e una nipote, leggiamo sulla quarta di copertina del suo libro “Gli anni rubati”:
“[..]Dimenticare. Ma io no. Io della mia vita voglio ricordare tutto, anche quella terribile esperienza che si chiama Auschwitz: due anni in Polonia (e in Germania), due inverni, e in Polonia l’inverno è inverno sul serio, è un assassino.., anche se non è stato il freddo la cosa peggiore. Tutto questo è parte della mia vita e soprattutto è parte della vita di tanti altri che dai Lager non sono usciti. E a queste persone io devo il ricordo: devo ricordare per raccontare anche la loro storia. L’ho giurato quando sono tornata a casa; e questo mio proposito si è rafforzato in tutti questi anni, specialmente ogni volta che qualcuno osa dire che tutto ciò non è mai accaduto, che non è vero.”

Settimia Spizzichino, morirà a Roma il 3 luglio del 2000, all’età di 79 anni.  

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