In Verità

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mercoledì 17 luglio 2013

ANGELINO, OVVERO L’IGNORANTE DI VENTURA.


Il ministro degli Interni, chiamato a riferire in Senato sul caso Shalabayeva, non ha convinto. La sua relazione si potrebbe definire persino irrispettosa nei confronti dell’organo istituzionale che lo ha convocato: Alfano non ha chiarito i fatti, non ha fatto luce sul caso, ha solo sottolineato più volte di non sapere nulla, che le autorità hanno agito a sua insaputa e che, infine, nessun esponente del governo era a conoscenza di un’ estradizione lampo – in soli due giorni -, dopo un’operazione della Digos che ha coinvolto cinquanta agenti,  della moglie e della figlia di un dissidente politico Kazako ricercato perché rappresentate di spicco di un movimento politico che lotta contro la dittatura di Nazarbaev. Alfano non sapeva neanche che c’era già un aereo pronto a riportare forzosamente Alma Shalabayeva e Alua di sei anni in Kazakistan. Quindi si è organizzata un’operazione di polizia - modello task force -, in collaborazione con l’interpol, con lo stesso ambasciatore kazako, il quale faceva pressioni dappertutto, dalla Farnesina al Viminale, sino a presentarsi di persona alla questura di Roma, e tutto questo senza che il buon Angelino sapesse nulla. In pratica Alfano ha ammesso che per tre giorni Roma è diventata provincia kazaka. Si festeggiavano le giornate dell'orgoglio kazako in Italia e nessuno lo sapeva! Ma il ministrello non si è fermato qui, ha voluto strafare e ha avuto il coraggio di rivoltare la frittata: non solo ha ribadito di essere all’oscuro di tutto, ma ha lamentato la mancanza di informazioni da parte dei suoi sottoposti, si è dichiarato vittima dell’ incompetenza del suoi collaboratori. In pratica è come se avesse detto: “Sono vittima del mio ministero! Sono alla loro mercé! Fanno quello che vogliono e non mi dicono niente… sono l’ultima ruota del carro!” E per questi motivi è stato costretto a dare le dimissioni il prefetto Procaccini, capogabinetto del Viminale: figura che per quarant’anni ha servito con zelo, professionalità e discrezione le nostre istituzioni. Procaccini con grande dignità ha espresso la sua amarezza ma ha anche sottolineato che non solo il ministro sapeva, che era a conoscenza e veniva informato di ciò che stava accadendo, ma che lo stesso Alfano a definì “estremamente delicata” la questione.
Il caso Shabalayeva è strano per vari motivi. E’ strano perché è stata la prima operazione sotto la diretta responsabilità di Alfano, anzi l’operazione è avvenuta durante il periodo di interregno: neanche la Cancellieri aveva finito il trasloco che già Angelino si dava da fare. In pratica il tutto è stato fatto goffamente durante il passaggio di consegne tra la saggia e severa Fata Turchina e questo Lucignolo dal “personalino asciutto, secco e allampanato”. Il caso Shabalayeva è strano perché mentre cinquanta agenti irrompevano nell’abitazione di Alma Shalabayeva,  il leader Kazako Nazarbaev si trovava in Italia, paese che il dittatore ha imparato ad amare grazie al suo caro amico Silvio Berlusconi… del quale è stato più volte gradito ospite. Il caso Shabalayeva è strano perché in Italia, per motivi politici, non si estrada nessuno: infatti, sia la nostra Costituzione che la Carta dei Diritti dell’Uomo - documento firmato anche da noi - garantiscono asilo a tutti i dissidenti oppressi e perseguitati da dittature, e quella Kazaka è una dittatura. Ma Angelino Alfano si è dichiarato ignaro ed estraneo… e questo deve bastare. La parola di Alfano contro l’ evidenza dei fatti, contro ogni logica. Tutti sanno che il Ministro degli Interni mente ma la sua sola testimonianza chiarisce tutto e lo affranca da ogni responsabilità. Qui andrebbe applicato l’antico principio del Digesto di Ulpiano: “Testis unus testis nullus”, una solo testimone nessun testimone, peggio ancora se l’unica testimonianza è proprio quella dell’imputato!, ma non possiamo mica fossilizzarci sulle regole dettate dal puro e semplice buon senso in momenti come questo?
Ma a conti fatti che Alfano sapesse o meno poco conta, perché in entrambi sarebbero doverose le sue dimissioni.
Affermiamo per assurdo che davvero Alfano non era informato, che tutto il ministero fosse impazzito ed ha agito a sua insaputa, che lui stava su quella poltrona per sport, per finire il sudoku e i cruciverba in posto tranquillo, e non voleva per nessun motivo esser disturbato per uno futile caso di estradizione internazionale immediata di una madre e di una figlia verso una dittatura. Mettiamo per assurdo che i fatti sono precipitati malamente e in modo vergognoso e che questo “futile caso” una volta emerso ha ridicolizzato il nostro Paese, le nostre Istituzioni e le nostre leggi. Beh, anche in questo ipotetico - quanto surreale - caso l’ignoranza dei fatti dichiarata da Alfano non lo aiuterebbe per niente… anzi!, Angelino risulterebbe negligente, inetto, incapace di dirigere e gestire il dicastero assegnatogli. Quindi che abbia conferito al Senato dicendo la verità o meno le dimissioni dovrebbero essere ovvie scontate, solo una formalità, una scelta obbligata da parte di una persona rivelatasi non all’altezza del suo compito.