In Verità

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sabato 26 gennaio 2013

MEMORIA E LA BANALITA' DEL MALE




Sono sempre rimasto interdetto da una ricerca che non ha mai prodotto reali risultati, una ricerca che è sempre caduta nel vuoto ogni volta che mi accingevo ad approfondirla. Non sono mai riuscito ad avere una cognizione chiara di uno dei pregiudizi più grandi e resistenti dell’occidente, quello dell’antisemitismo. A parte frasi deliranti di alcuni padri apologisti come Gregorio di Nissa, Girolamo e Giovanni Grisostomo, neanche motivate ma solo espresse di getto senza un’argomentazione valida, l’antisemitismo non ha acquistato senso. Allora sono tornato indietro, alla lettera ai Romani di San Paolo che viene considerata una sottospecie di documento antisemita; la cosa è già abbastanza sospetta, visto che lo stesso Paolo era un ebreo – della tribù di Beniamino – e nella stessa lettera, al capitolo XI, non solo lo dichiara ma ne è ovviamente fiero e indica il popolo ebraico come la radice profonda e incancellabile della cristianità. A questo punto salto in avanti, leggo – anche con un certo impegno e non senza difficoltà -, i monumentali commentari alla lettera ai Romani di Lutero – altro caso di propaganda perniciosa, perché è ancora ritenuto un pretucolo agostiniano ignorante secondo i dettami ben pubblicizzati dalla Controriforma quando invece con Erasmo rappresenta la mente teologica più brillante del XVI secolo  –, il testo di Barth ma niente. San Paolo non poteva essere antisemita. E la lettura che vede la riforma protestante come profondamente antisemita più che a Lutero va ascritta al cappellano di corte di Guglielmo II, Adolf Stoecker. Quindi l’empasse sulle origini dell’antisemitismo è piuttosto imbarazzante per noi occidentali; se consideriamo che persino la mitologia ha una spiegazione e una radice nonostante “queste cose non avvennero mai, ma sono sempre” come scrive Sallustio, scoprire che uno dei pregiudizi più nefandi della nostra storia si perde in sé stesso in modo fumoso e “sine ratio” ha un ché di indecente se abbiamo un minimo di senso storico per ricordare cosa ha prodotto sin da alcuni articoli del IV Concilio Lateranense del 1213, come la bolla  Hebraeorum Gens o la Diaspora Spagnola del 1492 nella quale vennero cacciati non solo gli ebrei ma anche i cosiddetti “Marranos”, ebrei convertiti al cristianesimo –  infatti temo chi usa il termine marrano senza conoscerne il significato.
C’è sicuramente un passaggio chiave che rende l’antisemitismo un sentimento ancor più alla portata delle masse… ed è l’avvento della borghesia nel tardo Ottocento, coadiuvata da una pessima diffusione del sentimento romantico – di cui ancora oggi paghiamo la banalizzazione - e di alcuni tardi esponenti autorevoli del movimento, come Wagner, Eliot, socialisti utopici come Fourier, e anarchici come Proudhon e Bakunin.
Dopo il periodo felice della Rivoluzione Francese e quello delle campagne napoleoniche in Europa - dove tutti i Ghetti vennero aperti e ai cittadini ebrei furono concessi eguali diritti innanzi alla legge -, l’antisemitismo divenne una sorta di moda inquietante che attraversò anche menti eccellenti e notevoli. La Borghesia, questa nuova padrona dell’economia e della società moderna non avendo retaggio e sangue di stirpe da esibire non poteva non rifarsi su un sangue da sempre ritenuto sporco, reo di “deicidio” e usuraio: il capro espiatorio era già bello e pronto insomma, costruito e voluto per due millenni. E il fatto che buona parte dell’economia europea fosse in mano ad ebrei rappresentava un bell’incentivo.
Se ancora oggi vogliamo individuare un borghese vecchio stampo ma duro a morire, anche tra le fila di sedicenti progressisti, basta aprire la discussione semita, quando si  dichiarerà quantomeno preoccupato dalla questione ebraica è individuato; e ogniqualvolta gli si chiederà il perché avremo la stessa risposta: “non so il perché ma è così!”, se è onesto… altrimenti si appellerà ad uno dei più evidenti falsi storici mai realizzati: i cosiddetti “Protocolli dei Savi di Sion” una serie di documenti, anche grotteschi, redatti dall’Okhrana zarista agli inizi del novecento per diffondere la voce di una cospirazione mondiale degli ebrei per conquistare il mondo. Questi documenti hanno avuto una eco tanto indegna quanto efficace e diffusa nell’ignoranza generale sino ad essere utilizzati per dare una surrettizia e improbabile radice sionista alla rivoluzione russa e infine per motivare storicamente gli albori e lo svilupparsi della propaganda antisemita prima del nazismo e poi del fascismo.
Ma il grottesco in questo caso è stata l’ispirazione di una delle pagine più oscure e tragiche della storia dell’umano: il primo genocidio su scala industriale realizzatosi proprio nel cuore della civilissima Europa la cui responsabilità non va semplicemente circoscritta in un determinato paese, in un determinato periodo storico e su una determinata popolazione o gruppo di persone. Essa ricade sulla natura e sulle coscienza dell’uomo nella loro interezza, non come una maledizione o come una semplice macchia, bensì come un apice oscuro ottenuto, una vetta senza vita toccata e raggiunta, definita, conosciuta ed ora incancellabile.
La memoria non è un semplice ricordo, una celebrazione a testa china e contrita di un evento, ma l’assoluta consapevolezza di ciò che è riuscita a raggiungere e realizzare la natura umana quando svuota di significato e consistenza la carne dei suoi simili. Non un accadimento storico dunque, una semplice pagina racchiusa nei libri di storia, ma un qualcosa che scorre con noi travalicando ogni cronologia, che mostra in tutta la sua cruda essenza ciò di cui siamo stati capaci e potremmo tornare a realizzare, e così sopravvive, persiste e persisterà in ogni generazione e in ogni singola vita questa ferita viva e sempre sanguinante che accompagnerà la storia dell’uomo sino alla sua fine.
Hannah Arendt ci ricorda che coloro che si impegnarono con dovizia, metodo e precisione alla Soluzione Finale non erano dei folli o degli esaltati, ma figure consapevoli, paurosamente “normali”, con un affettività normale, con dei sentimenti comuni, con famiglie e figli, con una sola gelida e fredda consapevolezza: fare il proprio lavoro! Non farsi domande né chiedersi se ciò che adempivano con burocratica precisione era bello o brutto, giusto o sbagliato: “nessuna domanda, alcuna coscienza” solo realizzare il compito, e per assolvere con maggior serenità a questo lavoro si utilizzano termini freddi, burocratici, informali, parole che mai dovevano lasciare ad intendere ciò che avveniva, ma solo statistiche, numeri, comunicati brevi e scarni: anche la più stopposa retorica si riformulò in raggelante telegrafia.
Il ragioniere del Reich, Eichmann fu per la pensatrice l’emblema di questa inquietante ed efficace banalità: i medici, gli psichiatri che lo tennero sotto controllo durante il processo a Gerusalemme affermarono che era una persona “normale”, un dottore addirittura dichiarò: “è più normale lui di quando lo sia io adesso dopo averlo visitato”. 
Durante il convegno di Wannsee del  20 gennaio 1942, dove furono decisi i modi e i tempi della Endlösung der Judenfrage (la soluzione finale della questione ebraica), l’ufficiale Adolf  Eichmann non solo era presente ma fu il compilatore a macchina del documento, di cui è rimasta una sola copia.  Dopo aver trascritto i nomi, i ruoli e responsabilità dei presenti (in tutto 15), in  sedici pagine fu deciso lo sterminio sistematico degli ebrei rimasti nei paesi europei, compresi quelli ancora da conquistare, come il Regno Unito e l’Unione Sovietica. Il ragioniere Eichmann con grande zelo mise in una colonna i vari paesi, in un’altra accanto il numero di ebrei che li abitavano e alla fine furono tirate le somme: in totale undici milioni di esseri umani trattati come un rendiconto, una cifra da estinguere e trattare. Tra questi erano contemplati anche i cosiddetti “Mischlinge”, persone nate da matrimoni  misti di ebrei e non ebrei, efficacemente distinti per gradi di appartenenza, e più loro erano vicini all’”impurità” e più la loro sorte era segnata.
Durante il processo che lo vide imputato, Eichmann non negò nulla, non si preoccupò di giustificare il suo operato né si notarono tracce di pentimento: lui dichiarò semplicemente che faceva il suo lavoro, adempiva al suo compito come gli era stato ordinato. La Arendt scrive: “Eichmann ebbe dunque molte occasioni di sentirsi come Ponzio Pilato che con il passare dei mesi e degli anni non ebbe più bisogno di pensare. Così stavano le cose, questa era la nuova regola, e qualunque cosa facesse, a suo avviso la faceva come cittadino ligio alla legge.”
Il contabile del Reich era parte di un progetto, un piccolo burocrate efficace investito di un ruolo, e, come tutti gli altri, lavorava per attuarlo al meglio. Quindi nessun pentimento o presa di coscienza, questi fattori erano semplicemente inutili per la realizzazione dello scopo: "Ciò che più colpiva le menti di quegli uomini” – scrive la Arendt “che si erano trasformati in assassini, era semplicemente l’idea di essere elementi di un processo grandioso, unico nella storia del mondo (“un compito grande, che si presenta una volta ogni duemila anni”) e perciò gravoso. Questo era molto importante perché essi non erano sadici o assassini per natura; anzi, i nazisti si sforzarono sempre, sistematicamente, di mettere in disparte tutti coloro che provavano un godimento fisico nell’uccidere. (…). Perciò il problema era quello di soffocare non tanto la voce della loro coscienza, quanto la pietà istintiva, animale, che ogni individuo normale prova di fronte alla sofferenza fisica degli altri. Il trucco usato da Himmler ( che a quanto pare era lui stesso vittima di queste reazioni istintive) era molto semplice e molto efficace: consisteva nel deviare questi istinti , per così dire, verso l’io. E così, invece di pensare: che cose orribili faccio al prossimo!, gli assassini pensavano: che orribili cose devo vedere nell’adempimento dei miei doveri, che compito terribile grava sulle mie spalle!"
Arrivati a questo punto la ragione perde ogni autorità: cade ogni ricerca di verità, di una motivazione profonda, storica, oggettiva di tutto questo. In questa tragica e banalissima dinamica si ripercuote e risuona la stessa risposta del borghese di vecchio stampo ancora armato da quell’ incosciente ma sotterraneo antisemitismo che ho ricordato prima: “ la questione ebraica è preoccupante, non so il perché, ma è così!” Una risposta superficiale, pregiudizievole senza radici alcune, ma sempre latente e strisciante… per nulla convincente ma radicata sulla pelle di ciò che è male solo perché non ha la benché minima sostanza: “Quel che ora penso veramente è che il male non è mai 'radicale', ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso 'sfida' come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua 'banalità'. Solo il bene è profondo e può essere radicale.“Hannah Arendt la banalità del male: Eichmann a Gerusalemme”