In Verità

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venerdì 14 dicembre 2012

REVISIONISMI E “PAPOCCHI”




L’ultimo quarto del millennio scorso e buona parte dell’attuale è stato sempre attraversato da revisionismi di ogni tipo: a cominciare dalla Shoà: per molti antisemiti – più o meno dichiarati – il genocidio nazista non è esistito: c’è chi ha parlato di un’ecatombe virale, chi ha affermato che il numero di vittime era stato eccessivamente gonfiato per propaganda… ma alla fantasia umana non c’è limite e chissà… un giorno ci sentiremo dire che i campi di concentramento erano spa e che gli ebrei morirono per un cattivo funzionamento del solarium. Senza entrare nell’annoso e abnorme discorso del Theriotés aristotelico, bisogna prendere atto che da buoni animali nel momento in cui ci sentiamo minacciati tendiamo a cercare “spazio vitale” lì dove è più facile conquistarlo,  e gli argomenti e gli spazi più facilmente “possedibili” sono i primi che attacchiamo. Né bisogna scomodare Levi Strass o Agamben per avere un’idea chiara di come – detto in soldoni –  il branco ha sempre la meglio sul singolo, la reazione e il popolarismo esasperati tendano a schiacciare minoranze di idee e etnie, e questo accade sia quando si è nel giusto e sia quando si sta lì lì per commettere uno scempio. Insomma, dietro la maggioranza – anche quando è folle – tutti noi ci sappiamo nascondere e sappiamo agire, diluendo le responsabilità nel numero, giustificazione che tiene solo per il tempo della follia collettiva. Questo è uno dei rovesci della medaglia del Demos: quando il consenso segue la sua disperazione e la sua rabbia difficilmente produce uguaglianza e rispetto dei diritti, anzi… quasi sempre se ne arma per fare branco. Temo i plebisciti nella stessa misura in cui mi terrorizzano le tirannie.
Questo interminabile inizio millennio sta facendo capolino in un clima quantomeno preoccupante: l’intelligenza umana sta lentamente soccombendo con un’agonia tanto silenziosa quanto inesorabile generata dalla paura e dall’incertezza generale sul futuro – cosa nota è che il numero non ha quasi mai sangue freddo - e persino le guide spirituali e religiose vivono una “reazionaria” confusione che non permette loro di affrontare reali problematiche sulla condizione umana, preferendo “arroccarsi” dietro questioni di lana caprina dottrinale in nome della conservazione reazionaria della loro identità religiosa. Non è l’uomo al centro delle loro azioni ma l’esistenza temporale, minacciata dal laicismo dilagante, da difendere e imporre. Oggi il Papa ha dichiarato che l’omossessualità è un pericolo per la pace e ha ricevuto in Vaticano  Rebecca Kadaga con una delegazione di Parlamentari Ugandesi… non c’è nulla di male se la Kadaga non fosse la promotrice di una campagna contro l’omosessualità che ha del bestiale, in quanto in Uganda l’omosessualità è considerata non solo una deviante malattia da curare ma un reato e la politica ugandese ha proposto una legge per condannare gli omosessuali recidivi con la pena capitale, proposta accolta bene anche dalla conferenza episcopale ugandese. Difatti Rebecca Kadaga dopo esser stata in Vaticano dovrà recarsi alla Conferenza Parlamentare Mondiale dell’OCC (Corte Penale internazionale) in fondo per rispondere di tutte le violazioni dei diritti umani compiute in Uganda e anche di questa sciocchezzuola che Benedetto XVI ha amabilmente ignorato, da educato e buon padrone di casa. Il buon pastore della Chiesa Cattolica “Universale”  e grande teologo – non è ironia – non ha speso i crediti della sua grande saggezza e competenza culturale e teologica per risparmiare conservatorismo e chiusura in difesa del millenario macchinario di cui sente l’enorme peso, e che forse sente come un abnorme e sproporzionato gigante dai piedi di argilla pronto a sprofondare se si dovesse occupare dell’uomo in tutta la sua totalità e in tutte le sue scelte. Il Papa non voglia! non può accadere che la chiesa diventi il rifugio dell’uomo nel divino in terra, non se lo può permettere.