In Verità

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domenica 23 dicembre 2012

APPRENDISTA NERONE




La noia è uno degli strumenti più efficaci per osservare  ma anche uno dei vizi più nefandi. Vedo un mondo intorno come una schiera di minatori che si affaticano a scavare in un sottosuolo vuoto e sempreidentico. Non conta, almeno per adesso, il valore della dissacrazione o quello più lieve della satira: è come se si ripetessero e si confondessero col tutto; scarti di vapore e olio divertenti di un enorme macchinario che sbuffa e macina macina senza produrre mai niente. Una catena di montaggio inutile e sempre accesa dove le nostre attenzioni vengono rivolte mentre la vita ci viene assassinata alle spalle. guardandoci intorno sentiamo un calore strano venire col vento ma è solo Roma che brucia per far spazio a un disegno solo di massima nuovo che farà delle macerie cantieri e dei cantieri genitori di future macerie. Il sempreuguale è uno dei terrori dell’animo umano, ognuno ha la presunzione di affrancarsene ma in branco è un rituale tanto sottile e impercettibile quanto puntuale ed inevitabile.
Ciò che più mi indigna del gregge dal quale ogni tanto mi allontano non è il suo numero né la sua povertà quanto la sua testa bassa, la sua rassegnazione e la disperata illusione di credere  che quell’erbaggio mortale e venefico che masticano con lentezza sia il pietanza migliore, il dolore che provo nel guardarli col muso offrirlo anche ai suoi agnelli nati già sconfitti e con quegli occhi lucidi che presagiscono il macello. Non avranno mai l’onore di essere elevati al rango di maglione perché sono troppo teneri e appetitosi. Li sentiremo sotto Pasqua lamentarsi e stridere per qualche minuto come neonati, ma sarà per pochi istanti.
Di tutte le interpretazioni possibili dell’eterno ritorno dell’identico l’umano ha scelto la più ridicola ed ovvia, quella più facilmente interpretabile e visibile, e cioè la semplice ripetizione convulsa e interminabile della parte più povera di sé; di tutte le sue materie e i suoi talenti rumina e rigurgita sempre il terrore della morte per condannarsi ad una generazionale amputazione dello spirito.... in nome di una masturbazione bulimica che oramai ha battezzato dandole il nome di Esistenza. Con il sangue tra le mani, lo spirito natalizio in quel muscolo tragico che è il cuore, che tutti inflazioniamo, ci ostiniamo a degenerarci con pallidi istanti di consapevolezza che subito ci accingiamo ad allontanare ravanandoci nell’anima come squallidi esibizionisti. Nel parco del mondo mostriamo vergogne fieri, turgidi e goduriosi, e in tutto questo la nudità è la parte più innocente.
A cosa serve la dissacrazione, l’ironia e la lotta amorevole e agguerrita, la cultura ostentata come strumento e non come dubbio contro tutto questo? Se sono tutte, e dico tutte, sotto quell’impermeabile macchiato di raccapriccio? La satira è madre del suo stesso nemico e a sua volta questo Edipo storpio, senza neanche un nobile accecamento, farà partorire incestuosamente altra satira. In tutta questa gelida miseria solo il vento caldo che proviene della Suburra porta un po’ di consolazione.