In Verità

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sabato 29 settembre 2012

MINIMO INTESTINAL DENOMINATORE


La buona regola è divenuta solo sinonimo di soddisfacente transito intestinale, il ché avrebbe un valore solo se appartenessimo alle numerose colonie di flore batteriche che le pubblicità ci invitano a provare. Enterogermogliando qua e la sul web, tra le varie trasmissioni di approfondimento e gli innumerevoli telegiornali, inizio a provare un fastidio per l’appunto "di transito": qualcosa che somiglia vagamente ad una infiammazione pungente, un attacco leggero d’ansia commisto ad un senso di nausea aorgica, e una percezione di abisso perenne. Questo dolore - che mi spinge inevitabilmente ad evacuare nei classici - mi culla in una rassegnazione caotica; pensiamo ai nostri profili Facebook, Twitter, al nostro modo di comunicare. Ebbene, come un blob impazzito senza filo conduttore, spaziamo dal politico al comico, dalla commemorazione di questo o quel personaggio, alla foto del gattino tenero con una nonclalanche degna della più gasata Barbara d’Urso – la quale ha la straordinaria capacità di passare dalla subornazione più indignata e lacrimevole alla risata più sguaiata con un' indifferenza mercenaria paragonabile solo a quella che il parlamento ha manifestato sentenziando che una minorenne marocchina è “di certo” la nipote del presidente egiziano – qui la metafora potrebbe toccare vette altissime, un documento istituzionale approvato e votato da un parlamento afferma con certezza un falso riconosciuto e palese, ma l’autorità istituzionale può permettersi tutt'ora di escludere e di non tener conto della verità.  Ma questi sono i grandi numeri, ciò che fa più rumore e ci affranca, come dire: ciò che noi vediamo di distorto all'esterno per non guardare le “nostre medie dimensioni”. Noi non legiferiamo – beh neanche il governo –, non facciamo trasmissioni televisive, eppure comunichiamo: con mezzi di una potenza inconcepibile rispetto al passato, abbiamo la capacità di comunicare singolarmente con centinaia, forse migliaia, di persone; e il nostro modo di comunicare a cosa somiglia? Ad un filo composto di infiniti materiali diversi tenuto insieme solo dal collante del nostro spazio. Il luogo virtuale è letteralmente “sito”, c’è … il nostro spazio è dato, ma le nostre comunicazioni farebbero impallidire persino i quadri di Grozs. “Espletiamo” una serie indefinita di notizie, curiosità, opinioni, stati d’animo, accadimenti che ci danno la sensazione di possedere una libertà infinita, incommensurabile… eppure dall’alto percepiamo un brusio di fondo, un rumore simile al fastidioso formicolio di un vecchio televisore non sintonizzato, e in questo Caos corrono tutte le frasi, i commenti, le foto. Il mio intestino patrocina il mio cervello e questo duodenale flusso di cose graffia le pareti irritate della mia povera intelligenza – già di suo barcollante. Non siamo dissimili da un telegiornale che passa dall’efferato omicidio ai nuovi modelli primavera-estate di Milano e Parigi – il quale annuncia quantomeno uno stacco con il famoso: “ora passiamo”. Neanche il tempo di digerire il serial killer, le cronache di guerra dall’altro capo del mondo, l’amante geloso ossessionato e omicida, il supereroe dei colletti bianchi che come Sisifo porta su si sé il peso dell’economia (Monti), che si passa al nuovo guinness dei primati sul numero idioti incatramati in una cabina telefonica, sul nuovo tatuaggio a forma di patacca sulla patacca della showgirl. Qui si sfata il mito del controllo globale; più che soggetti monitorati da una volontà esterna siamo più simili a cellule impazzite di una neoplasia generalizzata. Non è il ciò che si dice ad essere controllato ma la certezza che il detto “anche scomodo” si perda nel rumore di fondo generale, che abbia una eco sottile, fastidiosa, ma dispersa tra miliardi di eco istantanee e per questo identica a tutte le altre. Annullata e dozzinale non nel suo contenuto ma nel suo essere fluidificata e miscelata al resto. Le voci non si alzano, le idee non hanno il tempo di formarsi e distinguersi perché l’istantaneità e la contemporaneità di altre migliaia di migliaia le affogano e le diluiscono in un tutto macerante. Forse il primo esempio ecologico di stoccaggio di rifiuti  funzionante in modo globale.